31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia

24 Dicembre 2003

La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.

Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.

Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.

-Non chiuderlo, mi piace quel punto!

La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.

-Chi sei? Chi ha parlato?

-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?

Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.

-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?

La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.

-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo

Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.

-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te

Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.

-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?

La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.

-Ho capito, ti do una mano

La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.

-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano

Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.

All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.

La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.

La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.

-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande

Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.

-Fermati che ti prendo!

-Non mi prenderai mai!

La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.

-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!

La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.

-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?

La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.

-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?

-No!

Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.

-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre

-Ma io non voglio prepararmi

-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?

-Ah, sì! Quello lì mi piace!

-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto

-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy

-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto

-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!

-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie

Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.

-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?

-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?

La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.

-Cos’è quello?

L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.

-Questo? Tieni e vedi di che si tratta

Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.

-Ma è Teddy! E non è più rotto!

Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.

-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante

-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!

I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.

In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.

-Dove sei? Dove sei finito Teddy?

Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.

-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso

Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.

-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato

-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi

Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.

Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.

Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:

-Tutto bene Mary?

L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.

-Sì, tutto bene

-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo

-Sì, hai ragione. sono esausta

Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.

-E’ solo questo? Solo la stanchezza?

-Non lo so…

Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.

-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?

Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.

-Alice

Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.

-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo

-Già. Com’è potuto succedere?

-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno

-Appunto. E se capitasse a noi?

-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti

-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi

-Hai ragione

Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.

-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo

-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?

-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…

-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta

Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.

Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.

Era stata imprigionata per quale crimine?

In quale prigione si trovava?

Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?

Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.

-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!

Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.

-Non serve piangere

Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.

-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso

Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.

-Chi sei? Cosa vuoi da me?

-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare

Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.

La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.

-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa

I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.

-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?

La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.

-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui

Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.

-Nonna com’eri bella da giovane

-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?

Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.

-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle

Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.

-Nonna, questi chi sono?

-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia

Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.

-Ci sono altre foto di Giacomo e…

-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro

Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.

-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto

Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.

-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?

-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo

-Cosa è successo?

-Dai, nonna, diccelo!

Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.

-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati

Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.

-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola

-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?

La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.

-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…

I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.

Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.

-Ti prego, fammi ritornare…

Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.

Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.

Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.

Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.

Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.

17 Dicembre 2017

Esiste un luogo a Napoli permeato di speranze. Non è un luogo tenuto nascosto ma ben visibile agli occhi di tutti ed una volta all’anno è a disposizione di chiunque abbia un desiderio da chiedere. E’ l’albero di Natale che viene allestito ogni anno nel periodo natalizio all’interno della Galleria Umberto I. Un albero come tanti se non per una caratteristica che lo rende unico. Oltre ai festoni e alle palline decorative, in quei giorni l’albero si riempie di bigliettini. Sono i desideri delle persone che passeggiando per il centro storico scelgono di affidare le loro speranze proprio a quell’albero.

Purtroppo negli anni l’albero è diventato famoso per ben altre notizie. Troppo spesso bande di ragazzi provenienti da quartieri adiacenti Via Toledo lo prendono di mira, lo abbattono, a volte lo rubano trascinandolo fuori dalla galleria. Ma quel simbolo ogni anno è al suo posto, così come quei bigliettini che lo adornano.

Luca conosceva bene quell’albero. In passato anche lui aveva deposto tra i suoi rami i propri desideri. Fin da piccolo con i suoi genitori aveva l’abitudine di passare una giornata per il centro e comprare i regali di Natale. Al termine della lunga passeggiata si recavano nella Galleria Umberto per riscaldarsi con una cioccolata calda e poi subito dopo scriveva una lettera da mettere su quel grosso albero. E proprio in uno di quei giorni accadde qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Suo padre lo prese in braccio per permettergli di poggiare il foglio su un ramo più alto. Luca allungò le braccia per raggiungere un punto ancora spoglio, nel farlo sfiorò con la mano uno dei bigliettini già presenti. All’improvviso tutto davanti a sé divenne scuro. Non c’era più l’albero, non c’erano più i genitori, non c’era più nulla. Davanti ai suoi occhi si materializzarono scene di una vita che non gli apparteneva. Vedeva persone, luoghi, situazioni che gli erano estranee. Durò qualche secondo ma per lui sembrarono attimi infiniti. Poi sentì un dolore forte, aprì gli occhi e si risvegliò da quello stato di trance. Era disteso a terra e intorno a lui si era formata una folla di persone preoccupate. Suo padre gli teneva una mano mentre la madre non riusciva a trattenere le lacrime. Era ancora sotto shock, sentiva solo voci ovattate intorno a lui.

Chiamate un dottore. Chiamate un dottore, presto!

I ricordi erano confusi, si ritrovò in una stanza di ospedale con dei fili attaccati alla testa ed un rumore metallico che rompeva il silenzio. Davanti a lui però c’erano gli occhi dolci dei suoi genitori.

-Papà cos’è successo?

-Niente, Luca. Devi solo riposarti e rimetterti in forze

-Ma il bigliettino… Dobbiamo attaccare il bigliettino sull’albero…

-Lo abbiamo fatto, non preoccuparti

-Luca, dobbiamo chiederti una cosa. Ricordi cosa è successo quando hai cercato di attaccare il foglio sull’albero? Io e tuo padre eravamo con te, all’improvviso sei come svenuto

-Non ricordo niente, mamma. All’improvviso ho visto delle cose strane. Voi non c’eravate più ma c’erano delle persone che non conoscevo. Mamma, ho avuto paura

-Calmati Luca, ora siamo insieme. Non è successo niente. Ora riposati

Nei giorni seguenti il cervello di Luca fu analizzato dai migliori dottori dell’ospedale. Fu sottoposto a numerosi esami che però diedero esito negativo. Nessuno riuscì a spiegare l’accaduto, era come se non fosse successo assolutamente niente. Il bambino non aveva nulla che non funzionasse, purtroppo per lui quello fu solo il primo caso.

Dapprima erano episodi sporadici, poi man mano divennero sempre più frequenti. Gli capitava quando toccava con le proprie mani un oggetto o una persona. All’improvviso riusciva ad avere visioni di un passato legato a ciò che aveva toccato. Entrava in contatti con i ricordi legati agli oggetti o alle persone. Forse potrebbe sembrare un dono, ma quella maledizione lo rese sempre più solo.

Per ridurre le visioni portava costantemente dei guanti, in modo da non toccare nulla direttamente con le mani. Ma anche con tutte le precauzioni gli capitava di ricaderci. Come quella volta che in classe cominciarono a punzecchiarlo proprio per quei guanti.

-Dai Luca, lo sappiamo che porti quei guanti per coprire lo smalto che ti metti sulle unghie. Facci vedere come ti trucchi

Era difficile mantenere la calma in momenti come quello. Avere un potere così grande e non poterlo rivelare. Quel giorno accettò la sfida, si tolse i guanti e gli toccò la fronte. Subito divenne tutto buio, gli occhi si girarono all’indietro. Tutti i presenti si spaventarono ed urlavano terrorizzati. Poi Luca si accasciò a terra, qualcuno uscì dalla classe per chiamare un adulto. Entrarono due professori ed alzarono il ragazzo che cominciava a riprendere i sensi. Un sorriso beffardo comparve sul suo viso mentre guardava un tono di sfida il compagno di classe davanti a lui.

-Come sta Dolly? La bambola di tua sorella che tieni nascosta nel secondo cassetto della tua cameretta. anche ieri sera le hai pettinato i capelli prima di andare a dormire?

Una piccola soddisfazione che però lo allontanò ancora di più dai suoi compagni. Chi voleva avere a che fare con un mostro? Negli anni la situazione non era mai migliorata. Amici? Sempre di meno. Una fidanzata? Come sarebbe stato possibile? Ogni volta che avesse provato a sfiorarla gli sarebbero compare davanti agli occhi le scene della sua vita, i suoi vecchi amori, le sue paure. Tutto quello che lo circondava era solo l’amore dei suoi genitori, gli unici con cui condivideva quel segreto e che potevano stargli vicino senza timore. Ma i genitori purtroppo non durano in eterno. Li perse entrambi in un incidente d’auto. Non se ne dava pace, il suo “potere” era quello di vedere il passato, non il futuro. Avrebbe potuto salvarli se solo avesse avuto un potere diverso, ma così non era.

Da allora aveva vissuto un profilo basso, nessuno intorno ed una vita anonima. Ogni giorno come quello precedente, con i suoi guanti ad isolarlo dai suoi incubi. Poi un giorno gli venne un’idea mentre guardava la TV. Dovunque c’erano film di eroi e supereroi, gente con o senza poteri che metteva a repentaglio la propria vita per salvare gli altri. Non ci aveva mai pensato, lui ce l’aveva un superpotere. Fino a quel giorno lo aveva chiamato “maledizione”, “sventura”, ma faceva parte di lui. Lo aveva condizionato per tutta la vita ma doveva conviverci. Perché non sfruttarlo a fin di bene?

Non fu una scelta facile, rimase a pensare a quell’idea per ore sul divano. Poi si decise, partendo proprio da quel posto in cui tutto era cominciato. Si preparò e scese, arrivò fino alla Galleria Umberto I e si mise davanti all’albero dei desideri. Proprio quell’albero che doveva essere il custode del suo sogno e che vide per primo il suo incubo.

E ora era di nuovo lì, senza sapere davvero cosa fare. Guardava quei rami pieni di bigliettini, pieni si speranze. Cosa avrebbe dovuto fare? Toccarne qualcuno a caso? Spiare il passato di chi vuole solo augurarsi qualcosa per Natale? Stava quasi pensando che quella che aveva avuto era solo una pessima idea quando notò su uno dei rami più bassi un foglio di colore rosa. Era piccolo e malconcio ma quel colore seppure pallido spiccava in mezzo a tanti fogli bianchi. Luca si fece coraggio e si diresse verso quel foglio. Chiuse gli occhi e lo prese.

Era da tanto tempo che non provava più quella sensazione. L’oscurità che lo circondava, poi le visioni che gli sbattevano in faccia come un treno ad alta velocità. Prima vede quel bigliettino che aveva preso, era stretto in una piccola mano. Lo stringeva a pugno quasi per paura di perderlo. Non riusciva a vedere bene chi tenesse quel foglio, ma vedeva indistintamente la forma di una bambina. Poi la scena cambia, la bambina è in una stanza, seduta a terra in un angolo. Dalla luce che la illumina viene fuori un’ombra scura, quella di un uomo con il braccio alzato. La bambina chiude gli occhi, poi viene picchiata con oggetto. Luca sente il dolore che prova lei, ed è enorme. Ancora un cambio di scena, la bambina si trascina a forza dalla camera, tutto intorno sembra muoversi. Cammina sbandando, ci mette un po’ per arrivare alla porta, la apre ed un forte odore le arriva alle narici. Gli occhi sono gonfi e la vista è annebbiata, si riesce a vedere qualcosa solo da una piccola fessura. Riesce a vedere una scritta di colore rosso su uno sfondo bianco, “Lucullo”.

Luca riaprì gli occhi rendendosi conto di essere disteso a terra. Un piccolo gruppo di persone lo circondava, preoccupati per la sua salute. Con un po’ di difficoltà riuscì ad alzarsi, la testa gli girava ancora un poco ma dopo aver preso un caffè offerto da uno dei presenti si sentì meglio. Istintivamente mise la mano nella tasca destra della giacca e tirò fuori un bigliettino. Era il biglietto rosa preso dall’albero. Lo aprì e guardò all’interno. C’era una sola parola, scritta di fretta, forse da una mano tremante. Una sola parola che però urlava tutto il suo dolore.

Aiuto

Rimise il foglio nella tasca. Aveva abbastanza elementi per fare qualcosa, ma doveva muoversi, era già buio.

Tornò a casa e prese l’auto. Nel tragitto pensava agli indizi che aveva a disposizione dalla visione. Una stanza che “si muoveva”, un forte odore all’esterno ed una scritta. Tutto gli faceva pensare ad un solo luogo, il porto. La stanza galleggiante avrebbe potuto essere una cabina di una barca e l’odore che anche lui aveva sentito durante lo stato di trance era tipico degli scarichi di una nave. La scritta era ancora un dilemma da risolvere ma aveva la sensazione che avrebbe scoperto sul luogo di cosa si trattasse.

Impostò la destinazione sul navigatore e raggiunse la sua destinazione. Parcheggiò l’auto nella zona dei giardini di Molosiglio. Uscì dall’auto ed un profumo di aria di mare gli riempì i polmoni. Quanto avrebbe voluto trovarsi in quel luogo in un’altra occasione. Quanto avrebbe voluto far parte di una vita diversa, normale. Non aveva scelto quel suo potere, ma ora era deciso a fare del bene pur di dargli un senso. Nella sua vita si era sempre domandato se quel dono gli fosse stato fatto da un Dio o solo da un diavolo meschino. Ora quella domanda poteva avere una risposta se al termine di quella giornata avrebbe salvato una povera innocente dalle braccia di un mostro.

Si avviò verso il pontile guardando la fila di barche ormeggiate. Ce n’erano di vario tipo, dalle piccole imbarcazioni di pescatori usate ogni giorno per sfamarsi a quelle più grandi, magari lo sfizio di un ricco borghese. Il buio non favoriva la ricerca ma dopo aver percorso il porticciolo un paio di volte, Luca vide quello che stava cercando. Era una barca grande, forse di lusso. C’erano le luci accese sul ponte, riusciva a vedere un uomo indaffarato a pulirlo con una scopa. Sul bianco fianco destro una scritta rossa con il nome che cercava, Lucullo.

Senza togliersi i guanti mise la mano nella tasca della giacca e strinse il bigliettino. Una forte sensazione di rabbia attraversava il suo corpo. Non doveva farsi assalire dalle emozioni, da quel momento ogni azione doveva essere studiata e non poteva permettersi di sbagliare. Nella sua mente stava trovando le spiegazioni di quanto potesse accadere su quell’imbarcazione. Magari il proprietario aveva sequestrato la bambina, o forse era solo uno dei suoi tanti vizi da riccone.

Con il cuore che pulsava ad un ritmo frenetico si incamminò verso la barca quando l’istinto gli suggerì di fermarsi. Era solo una sensazione ma non ci aveva fatto caso prima di allora. Tutte le visioni che aveva avuto da quando era piccolo lo mettevano in contatto con delle persone collegando i loro sensi con i propri. Sentiva ciò che loro sentivano, ascoltava quello che loro ascoltavano, vedeva quello che loro vedevano. Esatto, quello che loro vedevano. Perché allora la scritta? Era sul fianco della barca e non poteva averla vista. Stava pensando quando guardando di lato si accorse che c’era un’altra barca ormeggiata vicino alla Lucullo. Era una barca più piccola, anonima e le poche onde la facevano sobbalzare. Luca finalmente capì, la visione che aveva avuto riguardava quello che gli occhi della bambina vedevano. Era sulla barca più piccola e uscendo fuori vedeva la scritta dell’altra.

Si diede dell’idiota per aver immaginato uno scenario completamente diverso. In compenso sarebbe stato più semplice salire sulla barca più piccola, era buia e se era fortunato nessuno avrebbe notato la sua presenza. Si fece coraggio e si diresse verso la sua destinazione. Con accortezza camminò lentamente per non fare rumore sulle assi cigolanti. Aprì una piccola porta ed entrò. Tutto intorno era buio, decise di farsi luce con il suo cellulare. Si aspettava una stanza vuota invece dovette ricredersi. Su un lato c’erano accatastate decine di pacchi. Si avvicinò per vedere meglio, quello in alto era aperto. All’interno c’erano delle stecche di sigaretta. Probabilmente quella era la barca di un contrabbandiere, la feccia dei criminali. Gente che ogni giorno sfida le forze dell’ordine su barche con motori truccati per .fare guadagni facili. Luca pensò al pericolo che stava correndo in quell’istante. Il proprietario era un delinquente, con tutta probabilità era armato e non avrebbe esitato ad accanirsi su di lui se l’avesse scoperto.

Era meglio sbrigarsi ed uscire quanto prima da quella situazione. Attraverso una botola scese in stiva, abbassò la luminosità dello schermo e vide due letti. In uno dei due riconosceva una figura più piccola mentre su un altro c’era probabilmente il contrabbandiere. Si avvicinò lentamente al letto dove era distesa la bambina. Doveva svegliarla e portarla via di lì in fretta, senza allertare l’altro. Aveva paura che lei urlasse così cominciò a parlare sottovoce.

-Ehi piccola. Svegliati. Non preoccuparti sei in buone mani

La bambina aprì gli occhi, la luce del cellulare dava fastidio ai suoi occhi abituati al buio. Si guardò intorno finché non vide il volto di Luca. Non lo spaventava, era ben altro che le metteva paura.

-Chi sei? Sei venuto qui per me?

-Sì, sono qui per te. Ma dobbiamo fare piano. Vieni con me, usciamo da questo posto

-Sei un angelo?

-No, piccola. Ora però in silenzio, alzati e seguimi lentamente

La bimba fece come le era stato ordinato da Luca. In punta di piedi arrivarono fino alle scale e salirono. Erano sull’ultimo scalino quando, forse per una distrazione dovuta al sonno, la piccola inciampò e cadde in ginocchio. La pantofola che indossava rotolò per le scale fino alla stima provocando un rumore sordo che squarciò il silenzio. Il sangue nelle vene di Luca si ghiacciò all’istante. Non fece in tempo a pregare che sentì un urlo provenire dal basso.

-Chi è?

Rimase in silenzio nell’oscurità delle scale ma sapeva di essere spacciato.

-Chi è? Vengo lì e ti uccido! Chi sei?

L’uomo si alzò di scatto ed andò a controllare nell’altro letto. Vide che era vuoto e pieno di rabbia prese la pistola che nascondeva sotto il suo cuscino. Luca sentì il rumore metallico dell’arma caricata e tirò con forza la bambina su per gli ultimi gradini. Doveva uscire da quella barca prima che diventasse la sua tomba, o peggio ancora quella di entrambi. La barca continuava ad ondeggiare, i due riuscirono ad arrivare alla porta di uscita quando una voce alle loro spalle tuonò.

-Fermi! Dove credete di andare!

Un solo passo e sarebbero stati fuori, magari avrebbero gridato per richiamare l’attenzione di qualcuno e farsi aiutare. All’improvviso Luca sentì quel suono, prima di allora lo aveva soltanto ascoltato in tv in qualche film. Uno sparo. Quasi in contemporanea avvertì un dolore forte all’orecchio sinistro. Si fermò di colpo, d’istinto si toccò l’orecchio e guardò la mano illuminata dalla debole luce proveniente dall’esterno. Non c’era bisogno di molta immaginazione per capire che si trattava di sangue. Era stato colpito all’orecchio, la situazione era diventata di colpo più pericolosa.

-Fermati o con il prossimo colpo ti faccio saltare la testa! Ora girati lentamente!

Luca si girò, la mano stringeva forte quella della bambina senza lasciarla. Anche lei non riusciva a staccarsi mentre tremava.

-Maria che stai facendo? Lascia quell’uomo e vieni subito qui. A lui ci penso io

La bambina non obbedì agli ordini, anzi, si avvicinò ancora di più allo sconosciuto.

-Che fai, Maria! Vieni subito qui, te lo ordino!

-No!

Quella parola di sole due lettere risuonò nella stanza come una sentenza irremovibile. Quel coraggio inaspettato prese in contropiede l’uomo che rimase a bocca aperta mentre la guardava.

-Che stai dicendo? Sono tuo padre, ti ordino di venire qui. Vieni subito altrimenti te ne darò di santa ragione. Così tante che non avrai più voglia di scherzare

-Non vengo. Lui è un angelo ed è venuto qui per salvarmi da te. Tu sei un mostro!

L’uomo ascoltò quelle parole, mai prima di allora sua figlia aveva osato ribellarsi. Una sensazione di rabbia e odio gli pervase l’animo. La pistola che fino a quel momento era diretta verso lo sconosciuto si spostò puntando la bambina. Luca se ne accorse e subito la prese e la spostò sul ponte. Il padre sparò ma per fortuna l’altro fu più veloce. Preso dall’adrenalina, Luca si scagliò a testa bassa sull’uomo facendolo capitolare in un angolo. Nell’urto lasciò la pistola, che rimase a terra. Approfittando del momento buono, il ragazzo ebbe un’idea improvvisa. Controllò velocemente in una tasca della sua giacca e prese piccolo pacchetto, poi si avvicinò agli scatoloni.

-Non prendere la pistola, altrimenti accendo questi fiammiferi e li butto su questi scatoli!

-Non lo farai, sarò più veloce io

-Vuoi rischiare? Vuoi che tutte queste stecche di sigaretta prendano fuoco, magari anche tutta la barca?

L’uomo si rese conto che l’altro aveva ragione.

-Non ti muovere, ora la prendo io e tu ci farai scendere senza reagire, chiaro?

Il silenzio valeva come un sì. Luca si spostò di lato con ancora in mano la scatola di cerini. Raggiunse la pistola, la prese e la puntò verso l’uomo, ancora seduto a terra. Non aveva assolutamente voglia di sparare, non l’aveva mai fatto e non voleva farlo per la prima volta. Senza mai distogliere la mira dal suo nemico uscì sul ponte e controllò, Maria era ancora fuori mentre tremava dal freddo.

-Vieni qui piccola, ora dobbiamo andare via

La bambina si avvicinò, Luca vedendola rabbrividire al gelo si tolse la giacca per coprirla. Fu il suo unico errore.

Come un treno l’uomo si rialzò e diede una spallata al ragazzo. Il suo corpo fu schiacciato sulle pareti in legno, lasciò la presa facendo cadere l’arma in mare. L’altro gli diede una serie di calci nel costato fino a togliergli tutta l’aria dai polmoni. Ormai era a terra senza forze, non riusciva a muoversi. L’uomo ne approfittò per allontanarsi e dirigersi verso poppa. slegò il nodo che teneva la barca attraccata al pontile, poi si diresse verso i comandi. Nel tragitto incrociò lo sguardo con quello di sua figlia, ancora a terra mentre tremava.

-Con te facciamo i conti dopo. Ora mi devo sbarazzare di quel corpo

Mise in moto la barca. Rumorosamente il natante abbandonò il molo, nella fretta speronò altre barche. Il fracasso che si era creato mise in allarme gli altri marinai presenti sul posto. L’uomo voleva raggiungere il largo per disfarsi del corpo di Luca. Una volta arrivati a debita distanza fermò il motore e si diresse sul ponte. Si avvicinò al corpo del ragazzo e gli diede un ultimo calcio, poi lo prese di peso per buttarlo in mare. Stava per alzarlo quando sentì un forte odore. Si girò e vide all’interno della cabina del fumo. Non collegò subito l’accaduto, ma quando vide che sua figlia non era più nel posto in cui l’aveva vista prima capì, era stata lei ad appiccare il fuoco. Probabilmente aveva ascoltato le intenzioni del ragazzo, aveva preso la scatola di fiammiferi ed aveva dato fuoco alle casse di sigarette. Doveva pagarla subito, sarebbe stata punita per averlo fatto. Uccisa e gettata in mare insieme al suo nuovo amico sconosciuto. L’uomo entrò all’interno della cabina urlando il suo nome.

-Maria! Vieni fuori Maria! Hai commesso un grave errore e ora ne pagherai le conseguenze!

Continuava ad urlare anche se li fumo gli entrava in gola facendolo tossire. Il desiderio di vendetta era più forte di quello di sopravvivenza, ma se ne accorse troppo tardi. Lo capì quando sentì il rumore della porta che si chiudeva e della serratura che scattava. Era in trappola, era chiuso in una stanza che stava per prendere completamente fuoco. All’esterno, sul ponte, Maria si avvicinò al suo angelo custode.

-L’ho chiuso dentro, non uscirà fuori. Dobbiamo scappare ora. Ce la fai ad alzarti?

Quelle parole risvegliarono Luca dallo stato di torpore. Fece uno sforzo immane per rimettersi in piedi e coprire la bambina con la sua giacca.

-Sta andando tutto a fuoco, dobbiamo buttarci in mare. Sai nuotare?

La bambina fece un cenno con la testa, tanto bastava a Luca per darsi coraggio. Scavalcarono insieme e si gettarono in acqua. Riuscirono a nuotare per qualche metro prima che la barca esplodesse. Il fuoco era divampato fino a raggiungere il motore. Insieme guardarono quella scena, entrambi sapevano che la loro vita sarebbe cambiata. In meglio.

La guardia costiera era stata allertata dagli uomini presenti sul molo, il baccano provocato dalla barca del contrabbandiere aveva svegliato tutti i marinai. Luca e Maria furono tratti in salvo da una motovedetta e riportati a terra. Le circostanze erano ancora da chiarire ma i racconti dei due coincidevano. Dalle indagini successive risultò che la bambina viveva con il padre, un tipo non raccomandabile che aveva passato in prigione parecchi anni. La madre era morta poco dopo la nascita. Non andava a scuola da mesi, gli assistenti sociali erano già stati avvertiti dall’istituto ma avevano le mani legate. Era però una bambina molto intelligente ed anche in quella situazione aveva dimostrato coraggio e cervello. Dopo quell’episodio fu affidata ad un istituto in attesa di far parte di una vera famiglia.

Luca invece se la cavò con qualche giorno in prognosi riservata a causa delle percosse. Poche settimane e sarebbe uscito dall’ospedale. Per tutto il tempo in cui rimase in quel letto pensò a cosa farne della sua vita. Era di nuovo solo, senza nemmeno i suoi guanti che lo isolavano dal mondo. Il corpo gli faceva ancora male, ma in cuor suo sapeva che quella sensazione che aveva provato in mare non l’aveva mai provata prima. Era la sensazione che hanno gli eroi quando concludono una missione, la sensazione che provano i pugili quando mettono al tappeto l’avversario, quello che provano i vincenti. Aveva salvato una vita, tanto gli bastava per sentirsi bene. Ci pensò per giorni, ma ormai lo aveva capito. Aveva un potere e non poteva far finta di nulla. Lo avrebbe rifatto, certo che lo avrebbe rifatto.

10 Dicembre 1576

Il cortile del palazzo del Vicario era vuoto, o almeno lo era se si considerano i vivi. Agli angoli del castello erano esposti in bella vista mani, piedi e teste dei giustiziati a morte, come monito per tutti. Un deterrente che nella maggior parte dei casi non funzionava granché, dato l’enorme lavoro svolto dal Vicario in quell’epoca. Al centro del cortile c’era una forca dove quel mattino penzolava il corpo di un uomo. Uno dei tanti senza nome che adornavano la parte antistante la facciata del palazzo. Un colpevole giudicato dalla legge, che ha avuto quello che meritava. Era lì dal giorno precedente.

La testa era coperta da un cappuccio, in modo da non mostrare ai facilmente impressionabili il volto trasfigurato al momento della morte. Il torso era nudo, dal colore quasi azzurro. Ormai il sangue aveva terminato di circolare nel corpo da troppo ore e quel poco rimasto era ghiacciato dal freddo di quell’ultima notte. Portava dei pantaloni di infima qualità, logori e sporchi di terreno, ai piedi un paio di calzari. A vederlo da fuori dava l’impressione del classico pezzente comune che si è trovato nei guai per un pezzo di pane. La sua storia però di comune non aveva nulla.

Era mattino presto quando Giuseppe camminava all’interno del cortile del castello. Era uno degli uomini di fiducia del Vicario anche se apparteneva al gradino più basso. Era l’addetto alle pulizie, aveva l’onere di mettere a posto la piazza dopo ogni esecuzione. Non si trattava solo di pulire le macchie di sangue e feci, ma anche di abbellire il luogo. Il giorno dopo ogni uccisione doveva tagliare le teste delle vittime e riporle in apposite gabbie. O anche tagliare mani e piedi ed esporli in modo che tutti potessero vederli. Stava proprio facendo spazio all’interno di una delle gabbie quando sentì un rumore sordo alle sue spalle. Si girò e notò che il corpo che fino a pochi secondi prima era appeso al cappio ora si trovava riverso a terra in una posizione innaturale.

Doveva essere a causa del freddo e della consistenza della corda ormai vecchia. Probabilmente nel tempo doveva essersi deteriorata a causa del peso che doveva sopportare ogni volta, sempre più spesso. Giuseppe pensò che fosse stata una fortuna il fatto che quell’avvenimento fosse successo proprio in quel momento e non prima. Immaginava già il putiferio se il giorno precedente impiccando quel ladro la corda si fosse spezzata. L’uomo sarebbe caduto a terra incolume e gli sarebbe stata data la grazia. Poi sicuramente il Vicario se la sarebbe presa con lui, che non aveva controllato per bene la corda prima dell’esecuzione. Sorrise pensando al grosso guaio che aveva scansato per puro caso, ricordava bene l’ultima sfuriata del suo capo ed il supplizio che aveva dovuto sopportare davanti a tutti.

Si avvicinò alla forca quando notò qualcosa di strano. Prima una folata di vento gelido improvvisamente gli sfiorò il volto facendolo rabbrividire, poi sentì dei leggeri rumori come di ossa che si disarticolano. Con suo grande stupore vide che il corpo dell’uomo riverso a terra cominciava a muoversi. Senza trovare il coraggio di urlare fece qualche passo indietro fino a cadere con il sedere a terra. Davanti a lui la scena più incredibile e raccapricciante a cui aveva mai assistito.

Quello che doveva essere il cadavere del condannato del giorno prima si mise seduto, si ricompose facendo scricchiolare braccia e gambe e si tolse il cappuccio dalla testa. Il volto appariva serio ma per nulla quello di un cadavere. Il colorito era chiaro, di chi ha passato troppo tempo al freddo, la barba incolta e gli occhi scavati e iniettati di sangue. Di sangue vivo. Quando Giuseppe lo guardò lo riconobbe subito. Era proprio l’uomo che il giorno precedente era stato giudicato dal Vicario e condannato a morte. Com’era possibile che proprio quell’uomo ora fosse davanti a lui e sembrava addirittura sorridere mentre si ripuliva dalla polvere. Eppure il dottore aveva controllato lo stato del decesso ed aveva dichiarato l’uomo clinicamente morto. Ma quell’uomo che ora si stava alzando e camminava verso di lui non poteva essere morto. Giuseppe chiuse gli occhi mentre recitava a bassa voce una breve preghiera, l’altro gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo meglio. Quando Giuseppe riaprì gli occhi si ritrovo davanti un volto dal sorriso beffardo.

-Salve. Voi dovete l’uomo che ieri ha sistemato lo sgabello sotto il cappio, vero?

Giuseppe richiuse gli occhi mentre tremava di paura.

-Non c’è motivo di essere spaventato, state tranquillo. Non è colpa vostra, avete solo fatto il vostro lavoro e questo vi fa onore. Permettete una domanda?

Fece segno di sì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.

-Vorrei uscire di qui, potete indicarmi la strada? Ieri ero troppo confuso e ora non ricordo da dove mi hanno fatto entrare. Sareste così gentile?

Giuseppe alzò un braccio tremante e puntò l’indice verso un grande portone socchiuso.

-Grazie mille, siete un buon uomo. Potrei chiedervi solo un altro piacere? Non mi chiamate scocciatore. E’ solo che non ho più il mio vestito. Non so come mai, ricordo che ieri avevo una vecchia camicia che mi copriva ma ora non l’ho più. Sareste così gentile da prestarmi la vostra? Verrò a rendervela appena possibile, grazie

Il guardiano non si fece ripetere due volte la richiesta. In fretta e furia si sfilò la giacca che portava addosso e gliela porse. Rimase solo con una leggera camicia, ormai tremava di terrore e freddo.

-Ma ancora grazie, non so proprio come ringraziarla. Io ora vado, ho una faccenda da sbrigare. Buona giornata

L’uomo si infilò la giacca e fece qualche passo lontano da Giuseppe, poi, stranamente, ritornò indietro. L’altro era ancora a terra con gli occhi chiusi a forza.

-Prometto che questa è la mia ultima richiesta. Vi offendete se prendo anche il cappello? Sono sicuro di no. Ossequi

Senza attendere risposta prese il vecchio cappello dalla testa di Giuseppe e se lo mise in testa. Il guardiano rimase allibito guardando quella scena che diventava sempre più surreale. L’uomo si allontanava come se niente fosse mentre lui rimaneva a terra nella pozza di urina che si allargava sempre di più sotto di lui.

L’uomo si diresse verso la porta, l’aprì e si trovò all’esterno. Guardava le persone intente a passeggiare, lavorare, ognuno con i propri pensieri belli o brutti. Li guardò velocemente poi si aggiustò il cappello in modo da celare lo sguardo e riprese a camminare mentre respirava a pieni polmoni l’aria fredda del mattino. Percorse vie che conosceva a memoria, passò accanto a botteghe che emanavano profumi che assaporava ogni giorno, ma sembrava passata un’eternità dall’ultima volta che era stato lì. Le persone non lo notavano, per fortuna. Non avrebbero capito, inoltre avrebbero rovinato l’effetto sorpresa che aveva pianificato.

Finalmente arrivò dove voleva. Si avvicinò lentamente ad una piccola bottega. Fino a qualche giorno prima ad ornare l’esterno del negozio c’erano delle tavole piene di prodotti ittici. Pesci appena pescati, mitili, molluschi, tutta roba fresca. Un odore di mare permeava l’aria mentre decine di clienti facevano la fila per fare affari di primo mattino. Ma quel mattino non era così, non lo era da giorni. Ora fuori alla bottega le tavole erano spoglie e non si sentiva quell’odore particolare nell’aria. Ora era la tristezza a regnare in quel luogo.

La porta era socchiusa, da una piccola fessura usciva una luce fioca. L’uomo controllò che nessuno lo stesse osservando, poi si avvicinò lentamente alla porta. Non riusciva a vedere bene dentro ma sentì un lamento, una voce femminile che piangeva sottovoce. Subito il suo animo fu pervaso da una sensazione di scoraggiamento. Aprì lentamente la porta per riuscire a capire chi fosse. Fu allora che la vide.

La donna era seduta su una sedia con le mani che coprivano il volto. Una candela quasi del tutto consumata illuminava debolmente la stanza. Era disperata e continuava a piangere, da sola, senza che nessuno le desse conforto. L’uomo guardava la scena impotente. Avrebbe voluto fare qualcosa, entrare ad abbracciarla, dirle che non doveva stare male, che tutto si sarebbe aggiustato con il tempo. Ma non poteva, lui lo sapeva. Non si accorse che la rabbia stava prendendo il sopravvento e inconsapevolmente spostò ancora di più la porta che emise un rumore.

Subito la donna alzò la testa e guardò verso la porta. L’uomo vide il suo sguardo, gli occhi interrogativi e il suo viso pieno di lacrime. Subito si spostò dalla visuale e si appiattì sul muro. Capì di averla combinata grossa, non avrebbe dovuto fare quella visita. Rischiava di rovinare tutto. Dal negozio sentiva la voce della donna.

-Chi è là? Cosa volete?

Doveva scappare, fuggire di lì. Si guardò intorno, nessuno ancora era accorso alla richiesta della donna. Si allontanò sul lato di fronte e approfittò per nascondersi in un anfratto buio tra due palazzi.

-Chi è? Dov’è fuggito? Qualcuno ha visto un uomo fuggire dal mio negozio? Aiutatemi vi prego

La donna uscì fuori dalla bottega per cercare lo sconosciuto che la stava spiando. Fermava i passanti che la guardavano con aria di pietà. Chissà se l’aveva visto. Chissà se l’aveva riconosciuto. Doveva andarsene da quel posto altrimenti ogni suo sacrificio sarebbe stato vano. Si infilò velocemente in un vicolo stretto camminando a passi svelti. La strada la conosceva già, non mancava molto alla sua tappa successiva. Quella definitiva.

Dopo qualche minuto di cammino arrivò. All’esterno sembrava un’abitazione comune ma lui sapeva bene che cos’era. Una bisca, un luogo di perdizione frequentato soltanto da persone lascive. Lui non ci era entrato mai prima d’ora ma sapeva chi trovare. Bussò alla porta, da dentro rispose una voce 

-Chi è?

-Sto cercando una persona

-Non è qui. Andatevene

-Ma come? Non volete nemmeno sapere il nome?

-Andate via statemi a sentire

L’uomo non si diede per vinto. Si aggiustò la giacca e alzò il cappello in modo da mostrare il suo sguardo alla feritoia posta sulla porta.

-Tu devi essere Antonio, vero? Il figlio di Guglielmo. Tuo padre è veramente dispiaciuto della vita che hai scelto. Eppure ti ha lasciato tutto, una casa, del denaro, ma ancora di più il suo cognome. Un cognome che stai gettando nel fango lordo come la gente che frequenta questo posto

-Cosa…. Mio padre è morto anni fa

-Sì, sono passati soltanto nove anni. Ricordi le parole che ti disse il giorno prima di morire? Ti portò con sé a passeggiare e mentre tossiva senza sosta ti strappò una promessa. Avresti vegliato su tua madre e avresti portato avanti l’attività di famiglia. Questo lo ricordi?

L’interlocutore dall’altro lato rimase in un silenzio eloquente.

-Sai cosa devi fare, vero? Apri questa porta e lasciami entrare. Poi vattene da qui e non farti più vedere. Sei ancora in tempo per redimerti, il tuo destino non è stato ancora scritto

Dopo un paio di secondi la porta si spalancò e il sorvegliante uscì correndo, senza guardare indietro. L’uomo ne approfittò per entrare, richiuse la porta e si guardò intorno. Tutti erano seduti ai propri tavoli a giocare d’azzardo. Dai volti sembravano tutte persone poco raccomandabili, tutte intente a imprecare e pregare davanti ai loro sfidanti. Un odore nauseabondo permeava l’aria. Tra la folla non riconobbe chi stava cercando. Ma lui non si sarebbe mischiato alla plebaglia, lui avrebbe avuto un posto tutto per sé.

Finalmente adocchiò una porta in fondo alla sala, vicino c’era una guardia reale. Si avvicinò senza paura, la guardia si mise in allarme.

-Altolà, ferma!

-Devo entrare in quella stanza

-Non si può entrare

-E’ lì dentro, vero? Spostati e non succederà niente

L’agente portò le mani sull’elsa della spada ancora riposta nella fodera. Quella minaccia significava solo una cosa, lo sapeva bene. L’uomo però non si mosse di un millimetro. Portò le mani all’altezza del bavero della giacca e gli mostrò il collo. Era ben visibile la cicatrice, quella di chi ha avuto l’abbraccio di un cappio. La macchia viola scura intorno al collo contrastava con il colore bianco pallido della pelle.

-Vedo che stai cominciando a capire. Come vedi non è affar tuo, è una questione tra me e lui. Ora è il momento di andare

La guardia ascoltava quelle parole mentre continuava a guardare l’ecchimosi. Non riusciva a distogliere lo sguardo, in realtà aveva solo paura di incrociare di nuovo quello dell’uomo che aveva di fronte. Staccò la mano dall’elsa della spada e si allontanò dalla porta. Ora la strada era libera, era ora di inscenare l’ultimo atto di quella farsa.

L’uomo spalancò la porta che emise un forte rumore. All’interno i c’erano due persone, uno vestito in maniera sontuosa mentre l’altro sembrava più umile, appena sentirono il frastuono dei battenti si alzarono di scatto guardando nella direzione della porta. Per un attimo avevano pensato che fosse un controllo da parte delle guardie del viceré. Appena videro l’uomo in piedi sulla porta divennero furiosi.

-Chi sei? Come ti sei permesso di entrare?

-Cosa vuoi? Vai via o chiamo la mia guardia personale. Doveva essere lì fuori, dove si sarà cacciata? Guardia! Guardia!

L’uomo rimase impassibile alle minacce e si tolse il cappello. Quando lo fece, il giocatore vestito elegante strabuzzò gli occhi. Lo aveva riconosciuto finalmente.

-Ciao Jacopo. Sono venuto a trovarti, tutto bene? Lo dici tu a questo gentile signore che può uscire dalla stanza?

-Sì… sì. Potete andare ora, mi farò sentire io

-Si farà sentire lui, sicuramente. Ora lasciateci soli

L’altro fece come gli era stato ordinato e abbandonò la stanza richiudendo la porta. Ora all’interno di quelle quattro mura erano rimasti solo loro, due conoscenti di vecchia data, le loro questioni in sospeso e un silenzio mostruoso.

-Puoi sederti di nuovo, Iacopo. Posso anche io?

-Ma certo…

L’uomo si sedette e si sbottonò la giacca mostrando il petto bianco. Fu l’altro ad interrompere quel silenzio imbarazzante, nella maniera peggiore possibile.

-Senti… Mario… come mai sei qui?

-Te l’ho detto, volevo salutarti. Volevo parlare un po’ con te

-Ma tu sei…

-Morto? Ma sono qui davanti a te, respiro e parlo, come posso essere morto? Ah, già, giusto. Tu c’eri quando è successo, vero?

Iacopo ingoiò un boccone di saliva amaro.

-Tu c’eri, eri lì davanti a me quando mi hai giudicato ed hai decretato la mia morte. Tu c’eri quando le guardie mi hanno preso mentre urlavo la mia innocenza. Tu c’eri quando il boia ha sistemato il cappio intorno al mio collo e ha dato un calcio allo sgabello. C’eri e mi guardavi senza provare alcuna emozione

-Ma… Mario devi capirmi. E’ il mio lavoro, il mio compito è giudicare le persone colpevoli e condannarle. La legge parla chiaro, non avrei mai potuto fare uno strappo alla regola. Sapessi come sono addolorato di quanto è successo

L’espressione di Mario cambiò lentamente. Lo sguardo arrabbiato divenne più dolce ed uno strano sorriso comparve sul suo volto.

-Ma certo, lo so. Lo so che stavi solo facendo il tuo lavoro. Sei il Vicario, sei qui apposta per far rispettare la legge e dare il buon esempio. Ci conosciamo da così tanto tempo, posso solo immaginare lontanamente come ti si sentito mentre il tuo amico di infanzia veniva portato sul patibolo. Povero Jacopo

Il cuore del Vicario prese a battere più lentamente. Vide in quell’atteggiamento una speranza, forse avrebbe potuto approfittare di quella situazione per uscire dalla stanza e chiamare aiuto. L’altro però in quel momento si alzò dalla sedia e si mise proprio dietro di lui, con le mani sulle sue spalle.

-Dimmi una cosa, Jacopo. Mi ricordi soltanto una cosa? Sai com’è, sono ancora frastornato, per cosa sono stato incolpato?

-Ma come per cosa?… Per l’omicidio della contessa Spinoza

-Ah, già. Certo, la contessa. E perché l’ho uccisa?

-Ma per derubarla, era chiaro. La donna è stata trovata morta in casa e sono spariti numerosi suoi gioielli

-Giusto, derubarla. E dimmi, com’è che i sospetti sono caduti su di me?

-Un uomo ti ha visto entrare di notte nella casa della contessa e uscire con il sacco della refurtiva. L’uomo ha giurato su Dio di averti riconosciuto quando ti ha visto qualche giorno dopo al porto

-E come si chiamava quell’uomo? Dove si trova adesso?

-Non ricordo il suo nome, non l’avevo mai visto prima. Ora non saprei proprio dove sia, che domande mi fai?

-Te lo dico io dov’è. Si trova sottoterra. E’ morto stanotte, ucciso con una coltellata alla schiena. Proprio com’è stata uccisa la contessa, non è vero?

Il Vicario rimase in silenzio mentre una goccia di sudore freddo gli colava sul volto.

-Mio caro Jacopo, ci sono cose che tu non conosci. E ci sono cose di cui sono al corrente. Che mi dici di Rosaria, mia moglie?

-Cosa dovrei dirti? Non so di cosa tu stia parlando

-Ora ti spiego meglio. Mettiamo che io e te ci conosciamo da così tanto tempo, siamo amici inseparabili anche se tra di noi c’è una grande differenza. Tu vieni da una famiglia borghese che si fa strada all’interno della politica del Regno, io invece sono solo il figlio di un povero pescatore. Quel bambino nato da umili origini un giorno salva l’altro bambino, era caduto in un mare in tempesta e grazie al suo intervento lo riporta a casa. Diventano amici anche se le loro strade si allontanano. Poi un giorno tu incontri una donna in una pescheria. Lei è bellissima, da mozzare il fiato. Anche se passa tutto il giorno con le mani in bacinelle puzzolenti non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ordini alle tue guardie di capire chi fosse e con grande rammarico scopri che è già sposata. E non solo, è anche una brava cristiana, va a messa tutti i giorni ed è fedelissima al marito che passa tutte le notti in mare a pescare. Poi vieni a sapere chi è il marito, un certo Mario, e capisci che con lui hai un debito di vita

Mentre Mario raccontava, Jacopo sentiva le mani sempre più fredde sulla sua schiena.

-Non l’avresti avuta mai, si vedeva da lontano che era proprio una brava donna, allora hai pensato ad un bel piano per farla tua. Il marito ogni notte è da solo sulla sua barca a lavorare, nessuno lo avrebbe visto fino al giorno successivo, nessuno avrebbe giurato a suo favore. A quel punto bisognava solo mandare la tua guardia più fedele a compiere un efferato omicidio, e poi avresti facilmente trovato un pover’uomo che per quattro spiccioli avrebbe dato la colpa a chiunque, anche alla sua stessa madre. Il piano era tanto semplice quanto diabolico. Avresti fatto catturare l’assassino, lo avresti giustiziato sotto gli occhi di tutti in nome della legge, e la povera mogliettina sarebbe rimasta sola, da consolare. Dimmi un po’, ti piace questa storia?

-Io non ti permetto di gettare fango sul mio nome. Quelle che tu hai proferito sono solo le tue parole contro la mia, solo illazioni di un pazzo. Non riuscirai a uscire vivo di qui, metterò tutta Napoli sulle tue tracce e ti farò…

-Ti farò cosa? Pensi di potermi spaventare? Guardami bene, ieri mi vedevi penzolare da una forca con l’osso del collo rotto. Sono tornato dall’inferno solo per questo momento, non riuscirai a rovinarmelo. E ora, sta a guardare

Con le mani strinse ancora di più le spalle di Jacopo, in quel momento accadde qualcosa di soprannaturale. Tutto intorno la stanza scomparve, al suo posto i due si trovarono in una prateria infuocata. Il caldo era insopportabile, vicino a loro c’era un lago completamente ricoperto di acqua rossa. Non ci volle molto tempo prima che Jacopo si rese conto che non fosse acqua quella che vedeva.

Era proprio come in un dipinto che aveva visto in una chiesa, era così che se lo immaginava fin da piccolo. L’inferno. Orde di demoni cornuti che flagellavano i corpi delle anime dannate. Erano urla disperate quelle che sentiva, urla di chi ormai si arrende ad una pena eterna. Un dolore che non passerà mai, e sarà sempre peggio fino alla fine dei tempi. Nessuna pace, nessun piacere, solo dolore e pena. Non si rese conto di essere ancora seduto sulla sedia finché le mani sulle sue spalle non lo alzarono strattonandolo.

-Guarda bene, apri gli occhi e osserva. Questo è il regno che ti aspetta. Le tue malefatte saranno anche impunite sulla terra ma qui dovrai fare i conti con la legge divina. Volevo portarti qui di persona per farti vedere cosa ti aspetta. Quelli che vedi sono i diavoli che stanno solo aspettando con ansia il tuo arrivo. Hanno già in mente come divertirsi con te. E io farò in modo che questo avvenga presto!

Appena finì di dire le ultime parole, quella visione dell’Inferno scomparve. I due si ritrovarono nella stanza chiusa, Mario teneva ancora le mani sul volto di Jacopo, aprendogli gli occhi che grondavano lacrime. Il Vicario sentì una strana sensazione sulla pelle, come una bruciatura messa sotto l’acqua fredda. Appena si rese conto che l’incubo era finito si inginocchiò a terra e con la testa fra le mani prese a piangere ad alta voce.

-Pietà! Pietà, ti prego

-Pietà da me? Tu non ne hai avuta per me ieri. Non hai avuto scrupolo a farmi uccidere per un tuo capriccio

-Ho sbagliato! Mi pento, mi pento di tutto. Per favore non mi uccidere, non voglio morire

-Lo meriti più di ogni altro. Sono venuto qui per ricambiarti il favore, sarai condannato a morte da un tuo condannato

Jacopo si aggrappò ai pantaloni di Mario, mentre parlava continuava a baciargli i piedi chiedendo perdono.

-Ti prego, non farlo. Farò tutto ciò che vuoi. Tutto! Vuoi soldi, prendi tutto ciò che è mio. Dimmi cosa vuoi

-Io non appartengo più a questo mondo, i soldi non servono più a nulla

-Qualunque cosa ma ti prego non uccidermi

-Qualunque cosa hai detto?

-Sì, si! Tutto quello che vuoi, tutto quello che desideri!

-E sia! Tu ora qui giurerai solennemente che lascerai stare Rosaria. Spegnerai ogni tuo perverso desiderio su di lei e rinuncerai per tutta la vita ad averla. Lei rimarrà libera dalle tue mire per sempre, Inoltre dichiarerai davanti a tutti che io ero innocente, ripulirai il mio nome dal fango che tu stesso hai gettato e provvederai a sostentare mia moglie e la sua famiglia

-Va bene. Va benissimo, esaudirò ogni tuo desiderio. Ma giurami che non mi ucciderai

-Io mantengo sempre le mie promesse, e spero per te che tu riesca a mantenere le tue

L’ultima frase suonava come una sentenza, quelle parole riecheggiavano nella stanza mentre l’uomo usciva lentamente. Fuori non c’era più nessuno, tutti si erano dileguati appena si era sparsa la voce che un cadavere era venuto a reclamare il suo carnefice. Mario uscì, fuori un sole timido riscaldava lievemente il gelo di quella mattinata invernale. Era difficile per lui descrivere il suo stato d’animo. Era felice di aver terminato quella sua missione ma era una vittoria che lasciava un sapore amaro in bocca. Sapeva cosa doveva fare. Un ultimo desiderio prima di ritirarsi.

Percorse una strada stretta, lo faceva sempre con Maria nel breve periodo in cui furono fidanzati. Si fermò davanti ad un negozio di fiori e senza farsi notare sfilò una camelia rossa e la nascose nel manico della giacca. A passi veloci ritornò sulla strada percorsa qualche ora prima, ritornò davanti al negozio di pescheria. Era vuoto e non sentiva più il pianto di sua moglie Rosaria. Prese la camelia e la poggiò delicatamente sulla maniglia della porta, poi si allontanò verso il mare, al porto.

Rimase a guardare l’enorme distesa di acqua che si parava di fronte a lui. Quel mare che per troppo tempo era stato il suo unico amico, gli aveva tenuto compagnia nelle notti più buie. Quel mare che gli aveva fatto conoscere tempo prima il suo assassino. Forse anche in quell’occasione il suo unico amico stava facendo quello che era giusto fare, stava preservando il futuro di Mario facendo annegare Jacopo. Fu il suo ultimo pensiero mentre una fiamma improvvisa si accese intorno a lui. Un cerchio di fuoco si formò a terra, le fiamme divamparono alte, poi così come erano apparse se ne andarono. E con loro, anche Mario fece ritorno negli abissi. Il suo patto era concluso.

3 Dicembre 1989

Aveva appena cominciato a piovere e per fortuna la temperatura si era alzata di qualche grado, le persone tornarono alle loro faccende. Di solito succedeva sempre così nei dintorni della stazione, quando pioveva la città si fermava, si congestionava ma al primo raggio di sole sembrava che non fosse successo niente. Appena l’ultima goccia di pioggia bagnava l’asfalto tutti tornavano alle loro faccende. Come un film messo in fermo immagine per qualche minuto e poi rimesso in play.

Daniele era appena tornato da un viaggio di lavoro a Milano, era uscito dalla stazione per prendere un taxi che lo portasse fino a casa ma all’improvviso era arrivata la pioggia. Non una pioggia come le altre, non era stata annunciata da piccoli schizzi. Non stava schizzicheando, come si dice a Napoli. Venne giù tutta senza preavviso. Gocce grosse e pesanti caddero sulla città cogliendo i passanti impreparati. Daniele era appena uscito dall’ingresso della stazione centrale e aveva adocchiato un’auto gialla. Era sul ciglio della strada, sul marciapiede, e alzò il braccio per richiamare l’attenzione del tassista. D’un tratto gli cadde sul capo una cascata d’acqua fredda. Il tassista rientrò subito nel veicolo per ripararsi dalla pioggia, anche Daniele doveva assolutamente fare lo stesso. Si guardò intorno ma vide che tutti i pedoni che si trovavano in zona cominciavano a raccogliersi sotto qualsiasi riparo. Pensiline di autobus, cornicioni di palazzi, tende fuori ai negozi. Doveva fare in fretta prima di bagnarsi completamente e rischiare di prendere un raffreddore.

Vide un bar aperto sul lato opposto della strada. Fece una rapida corsa evitando le auto ferme nel traffico e si rifugiò all’interno. Si scrollò le gocce di pioggia dal cappotto marrone e guardò all’interno. Era un locale nuovo, sembrava che avesse aperto da non molto tempo. Dietro al bancone c’era un uomo di mezza età che stava preparando due caffè con un’enorme macchina, dietro alla cassa un ragazzo giovane e sorridente che stava guardando proprio nella sua direzione. Dopo qualche secondo Daniele si rese conto che stava guardando proprio lui. Capì subito di essere in difetto, era appena entrato in un bar senza alcun motivo se non quello di ripararsi dalla pioggia mentre c’era una regola che valeva in un luogo come quello. Una regola di etichetta non scritta che esigeva il pagamento di un dazio. Infatti se entravi in un bar per ripararti dalla pioggia, o per usufruire del bagno o anche solo per cambiare banconote dovevi come minimo prendere un caffè. Era una regola di bon ton, chiaro, ma anche un modo per apprezzare un momento di pausa assaporando il nero infuso che risveglia i sensi.

Il cassiere continuava a guardare Daniele con un sorriso gentile. Un sorriso che valeva quasi un invito. Non si sarebbe mai permesso di chiedergli sfacciatamente cosa desiderasse, ma aspettava che l’altro si facesse avanti.

-Buongiorno, salve

-Salve a lei. Brutto tempo fuori, vero?

-Sì… E chi se lo aspettava, sembrava sereno quando all’improvviso è venuto giù tutto insieme

-A volta capita. Vuole asciugarsi? Nel bagno abbiamo un phon a disposizione

-Grazie mille, approfitterei se non è un problema

-Nessun problema, prego. Da quella parte

Daniele seguì la freccia colorata sul muro ed entrò nel bagno. Era tutto pulito e sistemato, non c’erano dubbi che quel posto fosse stato ristrutturato da poco. Prese il phon fissato sul muro e si asciugò i capelli velocemente. Provò ad asciugare anche i pantaloni e il cappotto ma riuscì solo in parte, voleva tornare subito a casa e l’idea di perdere ulteriore tempo lo infastidiva.

Uscì fuori dal bagno e si recò dal cassiere che lo accolse con il solito sorriso.

-Grazie ancora

-Si figuri

-E’ nuovo qui? Sembra tutto nuovo

-Sì. Abbiamo aperto da qualche settimana. Prima questo bar era di mio zio Giovanni, pace all’anima sua. E’ venuto a mancare due mesi fa ed io ho rilevato l’attività. E’ morto in solitudine, poverino, niente moglie o figli. Ho deciso di prendere io in mano la sua attività e di continuare nel bar che lo ha visto crescere da quando era piccolo

-Che storia particolare

Daniele si mostrò gentile anche se in quel momento non aveva voglia di conoscere tutta la storia della famiglia del ragazzo. Se era logorroico come sembrava, doveva assolutamente stopparlo prima che potesse fargli perdere altro tempo. Intanto un buon odore di caffè e di dolci gli arrivò nelle narici. Si girò e vide che dal bancone c’erano delle sfogliate calde. Gli venne subito voglia di prenderne una.

-Mi dia un caffè ed una sfogliatella

-Subito

Poi si rivolse al barista

-Luigi, una sfogliata al signore e quando ha finito gli prepari un caffè come solo tu sai fare

Il barista guardò il proprietario, poi Daniele. Senza cambiare l’espressione seria del volto fece un occhiolino di intesa.

-Sono 700 lire

Daniele prese lo scontrino fiscale che gli era stato dato e cercò il portafogli all’interno della giacca. Lo trovò, lo aprì e tirò fuori una banconota da 50000 lire. La passò al cassiere che la guardò strabuzzando gli occhi.

-E’ un taglio grosso, vediamo se riesco a cambiare

-Mi dispiace, ho solo questa

Daniele pensò a quella scena e a quante volte si era verificata. Lui lavorava in banca ed era abituato a maneggiare banconote di taglia grande. Ogni volta che veniva pagato con una di quelle banconote poi era difficile utilizzarle. Tutti dicevano che non sapevano come cambiarle e lui tantissime volte le cambiava direttamente al lavoro per evitare la solita scenetta. Quella mattina però non era stato possibile. Si era recato a Milano per concludere un affare per conto della banca e aveva con sé soltanto quella banconota. Forse solo qualche altro spicciolo.

-Controllo se ho qualche spicciolo in tasca

Daniele frugò nelle tasche dei pantaloni ma niente, provò con quelle del cappotto e trovò una moneta

-Ho solo questa da 500 lire

Il cassiere assunse un’espressione pensierosa, poi sembrò avere un lampo di genio.

-Forse ho trovato! Un attimo che lo cerco, dovrebbe essere nel ripostiglio

Lasciò Daniele allibito davanti alla cassa mentre si diresse correndo verso una porta chiusa a chiave. Ritornò dopo qualche secondo con in mano una piccola lavagna.

-Trovata! Oggi è il suo giorno fortunato

-Cos’è?

-Questa l’aveva mio zio. Ha mai sentito parlare del caffè sospeso?

Tutti a Napoli lo conoscono. Si tratta di un rituale che affonda le radici nel tempo. Quando capita a qualcuno qualcosa di veramente bello, si ha l’abitudine di andare in un bar e prendere due caffè. Uno lo si consuma al momento mentre l’altro viene segnato dal barista e donato al successivo cliente che non può permetterselo. Un po’ come festeggiare con uno sconosciuto in differita.

Daniele guardò la lavagna, c’erano delle scritte cancellate mentre su una riga c’era scritto in corsivo “1 caffè”.

-Vuol dire che quel caffè è stato già pagato?

-Certo! Non a me ma a mio zio ma fa lo stesso

-Mi dispiace ma non posso accettare, mi dia soltanto la sfogliatelle con le 500 lire

-Ma non deve offendersi. Il caffè sospeso è stato creato proprio per questo, per occasioni come queste. Se lo rifiuta è come se sta rifiutando di festeggiare con il signore che lo ha pagato. Magari ha avuto una grazia oppure è diventato ricco con i soldi del lotto, chi può saperlo?

Daniele ci pensò su. Quella situazione era paradossale me per una volta pensò che fosse l’occasione giusta per approfittare, e poi aveva voglia di uscire dal bar e tornare a casa.

-Va bene, accetto. Queste 500 lire sono per la sfogliata però

-Va bene. Luigi, prepara il caffè al signore, abbiamo risolto

Daniele si avvicinò al bancone e mangiò la sfogliatella appena sfornata. Era buonissima, doveva ammetterlo. Subito dopo assaporò il caffè gustando l’aroma forte. Ora capiva il perché dell’occhiolino del barista, quel caffè era intenso e buono come non lo aveva mai assaggiato da tempo.

Si pulì le labbra e ringraziò il proprietario e il barista un’ultima volta, poi uscì dal bar. Fuori aveva smesso di piovere e la città era tornata al solito trambusto di ogni giorno. Vide un taxi parcheggiato sul ciglio della strada, l’autista stava fumando una sigaretta aspettando il prossimo cliente. Daniele non ci pensò due volte, si affrettò ad andare verso di lui. Stava per scendere dal marciapiede quando vide sfrecciare un’automobile davanti a lui. Era troppo veloce, era impossibile evitarlo. In una frazione di secondo un’onda scura lo sommerse. L’auto era passata su un’enorme pozzanghera di acqua sporca sollevandola completamente. Daniele vide con la coda dell’occhio l’onda che si avvicinava senza poter fare nulla.

Si ritrovò bagnato fradicio, con ancora il braccio alzato nel tentativo di chiamare il taxi. Nel frattempo intorno a lui sentiva le risate dei presenti che non poterono fare a meno di guardare la scena comica. Si diede dello stupido ed imprecò tra i denti mentre arrabbiato si avvicinò al taxi. Si rivolse all’autista che stava ancora fumando impassibile.

-Mi scusi, è libero?

-Certo

-Dovrei andare in Corso Vittorio Emanuele. Subito se possibile

Il tassista si girò verso di lui e lo guardò. Tolse la sigaretta dalla bocca mentre stringeva gli occhi dubbioso

-Come mai è così bagnato?

-Una macchina è passata veloce, c’era una pozzanghera e…

-Che cos’è questa puzza di pesce?

Daniele si rese conto in quel momento di quel cattivo odore. Tirò su con il naso, era un inconfondibile puzzo di pesce morto. Non era difficile capire da dove provenisse. Probabilmente la pozzanghera doveva contenere dell’acqua di una delle bacinelle di una pescheria lì vicino perché il cattivo odore proveniva dal suo giaccone.

-Io con quella puzza non la faccio salire nel mio taxi

-Ma ne ho bisogno, devo ritornare a casa

-Mi dispiace ma non posso. Poi con il taxi che puzza di pesce come lavoro io fino a stasera?

Il ragionamento non faceva una piega. Daniele si allontanò mandando a quel paese il tassista che fece come se nulla fosse successo. Si diresse verso una pensilina per vedere se uno degli autobus di linea passasse nei pressi di casa sua. Lesse sul cartello ma nessuno arrivava così lontano, decise quindi di optare per la metropolitana. Ritornò in direzione della stazione mentre il vociare delle persone aumentava sempre di più e cominciava a dargli fastidio. All’improvviso sentì un urlo improvviso da preludio ad un dolore fortissimo sul volto.

Palla!

Un pallone di cuoio gli era andato a sbattere sul naso, l’impatto aveva causato un dolore senza pari. In bocca sentiva il sapore ferroso del sangue. Si inginocchiò a terra portandosi le mani sul volto. Si ricoprirono velocemente del sangue che fuoriusciva dalle narici. Si alzò stordito mentre si guardava intorno per capire chi fosse stato. Vide un ragazzino avvicinarsi di soppiatto, prendere il pallone e correre in direzione di altri ragazzi. Daniele era furioso. Mentre con una mano copriva il naso iniziò ad inseguire i ragazzi che si allontanavano da lui ridendo. Erano molto più veloci di lui quindi non ebbero problemi a seminarlo. Uno dei ragazzi aveva sulla testa l’inconfondibile parrucca di Maradona. Lui cercò di urlare intimando loro di fermarsi ma fu inutile. Riuscirono a farla franca mentre la vittima rimaneva con un forte mal di testa.

Si sedette per qualche minuto a terra aspettando che il dolore passasse ma l’intensità non faceva che aumentare. Si rimise in piedi e si diresse verso il sottopassaggio della metropolitana. Cercò di darsi un contegno mentre si avvicinava a due addetti ai controlli.

-Salve, dovrei andare al Corso Vittorio Emanuele

-Salve a lei. Deve prendere il treno metropolitano fino alla stazione di Mergellina e poi può proseguire a piedi. Ma… tutto bene? Cos’ha fatto al naso?

-Nulla, passerà. Posso prendere qui la metropolitana

-Sì, certo. Da questo ingresso

-Va bene, grazie

Daniele cercò di passare oltre ma fu fermato dal controllore.

-Mi scusi, posso vedere il suo biglietto?

Si rese conto di quanto fosse stupido o distratto. Doveva ancora comprare il biglietto.

-Mi scusi, ha ragione. Un attimo che prendo il portafogli e lo compro

Lo cercò in ogni tasca dei pantaloni e della giacca ma non lo trovò. Iniziava ad innervosirsi mentre dietro di lui si creava una fila interminabile di persone irritate.

-Non so come sia potuto succedere… Era qui prima

-Mi dispiace signore ma devo chiederle di rifare la fila. Il treno sta per arrivare e c’è gente dietro di lei che va di fretta

-Non può fare uno strappo alla regola e…

-Mi dispiace, deve allontanarsi

Le persone in fila continuavano a ringhiare, non gli rimase che andarsene prima di essere linciato pubblicamente. Uscì fuori dalla stazione dolorante e frustrato. Si chiese come era potuto succedere di aver perso il portafogli che portava con sé. Percorse qualche metro senza pensare ad altro, nemmeno alla strada che stava prendendo. Si risvegliò dai suoi pensieri solo quando sentì un cane abbaiare.

Abbassò lo sguardo e lo vide. Era sicuramente un randagio e si stava avvicinando a lui tendendo il muso in avanti.

-Ciao piccolo, che ci fai qui? Anche tu sei triste per qualcosa oggi?

Il cane si avvicinò lentamente, poi cominciò ad annusarlo probabilmente incuriosito dal forte odore che emanava. Daniele tese la mano per accarezzarlo ma l’animale lo azzannò. Di colpo chiuse le fauci intorno alla sua mano stringendo senza lasciargli possibilità di liberarsi. Daniele era sconcertato. La mano cominciava a fargli davvero male e prese ad urlare per attirare l’attenzione di qualche passante. Nessuno gli venne in aiuto così iniziò a dare pugni sul muso del cane con la mano libera. Dopo qualche colpo l’animale cominciò a guaire allontanandosi da Daniele.

L’uomo stava per cantare vittoria quando vide il cane riavvicinarsi, e non era solo. Accanto a lui c’erano altri quattro cani randagi che abbaiavano ferocemente mentre correvano verso di lui. Daniele si mise a correre nella direzione opposta con quanta più forza aveva nelle gambe. Sentiva la testa scoppiare mentre correva tra la gente chiedendo aiuto.

Quando si fermò non sapeva più dove fosse né per quanto tempo aveva corso. Era in un viale stretto, si appoggiò ad un muro per riprendere fiato mentre sentiva il cuore battergli forte nel petto. Chiuse gli occhi e pensò a tutti gli incidenti che gli erano capitati quella mattina. Non poteva essere una coincidenza, troppi episodi negativi consecutivi. Ma purtroppo la mattinata non era ancora finita.

Riaprì gli occhi e vide due ombre che si avvicinavano alla sua destra. Per istinto portò una mano su una delle tasche dei pantaloni. Si pentì subito dopo di averlo fatto.

-Per favore, ci dia qualcosa

-Anche solo pochi spiccioli. Dobbiamo mangiare

Li vide chiaramente quando furono proprio davanti a lui. Erano due senzatetto, avevano delle lunghe barbe e vestiti logori. Anche da lontano si sentiva il forte odore di alcol.

-Stiamo parlando con te, non ci senti?

-Aspetta un attimo. La senti questa puzza? E’ lui. Forse è uno come noi. Un pover’uomo che vive per strada. Lasciamolo stare

-Ma no, non hai visto prima? Quando ci siamo avvicinati si è toccato la tasca destra dei pantaloni

-Non ci avevo fatto caso. Allora i soldi li hai! Non vuoi darceli? Eppure te li stiamo chiedendo, non ti stiamo obbligando

-Sentite, c’è stato un malinteso. Con me non ho nulla, vedete?

Daniele portò nuovamente la mano sulla tasca ma notò qualcosa. Non era vuota, un piccolo rigonfiamento rivelava qualcosa. Mise la mano all’interno e sotto gli occhi increduli dei due clochard tirò fuori un portafogli. Il suo portafogli, sapeva bene quanto contenesse.

-Cos’è? Uno scherzo?

-Che grand’uomo. Allora i soldi li hai?

Uno dei due prese rapidamente il portafogli dalle mani di Daniele e lo aprì. Appena vide la banconota la mostrò all’altro e insieme guardarono in cagnesco la loro vittima.

-Questo qui ha bisogno di una lezione

Daniele ebbe solo il tempo di alzare le braccia in segno di difesa ma non riuscì a parare tutti i colpi che i due ubriachi gli infersero. Calci, pugni, graffi, sputi. In quei pochi secondi che sembrarono ore lo ridussero ad uno straccio. Subito dopo se ne andarono lasciandolo dov’era. Lui si alzò e percorse qualche metro, poi si accasciò in ginocchio. Dal ventre sentì uno strano dolore, aprì la bocca e vomitò tutto quello che lo stomaco conteneva. Non era molto, riconobbe la sfogliata e il colore scuro del caffè che aveva gustato solo poco tempo prima.

In cielo le nuvole si scurirono e qualche piccola goccia di pioggia cadde sull’asfalto. Era solo una debole pioggia, niente a che vedere con quella che si era abbattuta quel mattino. Daniele alzò gli occhi verso il cielo mentre le gocce di pioggia gli bagnavano il viso. Non sapeva perché ma aveva la sensazione che quella interminabile mattinata sarebbe finita in quel momento. Che tutto da quell’istante sarebbe andato come sempre.

Lorenzo aveva un’abitudine che aveva maturato negli anni. Ogni volta che sua moglie partoriva, scendeva di casa e andava a prendere due caffè nel suo solito bar, uno per lui e l’altro sospeso. Era il suo modo di ringraziare il cielo di avergli dato un nuovo erede. In tanti lo prendevano in giro, specialmente dopo il terzo figlio. Dopo Mario, Antonio e Lucia tutti scherzavano dicendogli che non c’era più niente da festeggiare. Intanto sua moglie mise al mondo altri due bambini e lui continuava a ringraziare Dio.

Era fatto così, i figli erano la sua vita, a parte la moglie sia chiaro. Era una testa dura, tutti lo sapevano. E lo era anche sua moglie. Anche quando le dissero che un’ulteriore gravidanza avrebbe messo in serio rischio il suo fisico. Non era più una ragazzina e l’epoca in cui le donne sfornavano figli come se niente fosse era finita. Entrambi lavoravano, ma lavoro era una parola grossa. Si arrangiavano, cercavano di sbarcare il lunario, e con tutti quei figli da badare diventava sempre più difficile. Ma tutti lo sapevano, Anna era una testa dura e volle continuare quella gravidanza fino alla fine. Anche quando il dottore le fece notare le perdite durante gli ultimi mesi, anche quando la portò in sala parto piena di sangue.

Quel giorno Lorenzo le perse entrambe, sua moglie e la piccola creatura nel suo grembo. Quando il primario uscì dalla sala parto per avvisarlo dell’accaduto lui rimase impassibile. Magari un’altra persona si sarebbe dato la colpa e avrebbe vissuto con un grande rimorso tutta la vita. Ma non Lorenzo. Lui sapeva di chi era la colpa. Era del cielo, quello che lo aveva benedetto con sei figli ora richiedeva un sacrificio più grande. Un prezzo da pagare.

E lui sapeva bene quale sarebbe stato quel prezzo. Avrebbe usato la stessa moneta con la quale aveva onorato il suo Dio.

Entrò nel solito bar e salutò Giovanni. Pagò i suoi caffè senza rispondere alla domanda del proprietario.

-Ancora festeggi? A quanti siamo? Sette?

Nel momento in cui pagò il caffè sospeso fece una promessa solenne. Quel caffè sarebbe stato una maledizione, chiunque avrebbe bevuto quella bevanda offerta da lui avrebbe avuto dal cielo la stessa sfortuna che ora li stava patendo. Avrebbe sofferto, sarebbe stato maltrattato fino alla morte. Lorenzo sorseggiava il suo caffè sorridendo, augurando tutto il male del mondo allo sconosciuto con il quale stava brindando in quel momento. Era la sua maledizione ed era consapevole del prezzo che avrebbe pagato. Mentre Giovanni scriveva sulla piccola lavagna si stava avverando una profezia malefica che sarebbe durata nel tempo fino a che la sua vittima non si fosse palesata.

26 Novembre 2017

La domenica c’era l’appuntamento fisso di Gianpaolo, il mercato delle pulci. Quasi ogni settimana si recava nel suo luogo preferito alla ricerca di affari o anche solo per immergersi in un’atmosfera che gli ricordava gli anni ‘80 della sua giovinezza. Di solito si soffermava davanti alle bancarelle di prodotti di musica e tecnologia. Negli anni aveva imparato a concludere buoni affari e creare una rete di conoscenze che gli aveva permesso di mettere le mani su oggetti rari.

Quella sua passione era abbastanza recente. Era passato appena un anno da quando la sua vita era cambiata completamente quando Maria, sua moglie, lo aveva lasciato dopo soli due anni di matrimonio. La ragione ufficiale era una soltanto, secondo Maria lui era troppo infantile, troppo legato ai ricordi di infanzia e giovinezza, troppo attaccato alla sua famiglia di origine. In realtà dopo otto mesi dal divorzio Gianpaolo scoprì che Maria aveva dato alla luce un bel maschietto ed era andata a vivere con il suo nuovo compagno.

Tutto quello che rimaneva a Gianpaolo era la magra consolazione di aver terminato quanto prima un rapporto che non lo avrebbe portato da nessuna parte. Non mancavano le parole di incoraggiamento di amici e parenti. Le solite frasi di circostanza che a lui non davano niente.

Meglio così, una così meglio perderla che trovarla

Dai, almeno per fortuna che non ci sono i figli

Hai capito la str…

Non ci pensare, ne conoscerai un’altra migliore

a Gianpaolo sembrava di conoscerle tutte quelle frasi. Apprezzava il gesto gentile di chi voleva solo tirarlo su di morale, di chi non ci era mai passato in una situazione del genere e non sapeva affrontare la cosa. Lui solo sapeva come ci si sentiva. Dopo aver dato tutto per quel rapporto, coronato un sogno dopo anni di sacrifici, essere piantato in asso. Avere il benservito e scoprire che quella che lui considerava la donna della sua vita nel frattempo lo stava già tradendo e stava progettando una vita diversa senza di lui.

Intanto lui ne uscì con dignità. Dall’esterno tutti lo elogiavano per il modo in cui stava affrontando quella brutta tegola che gli era caduta in testa. In realtà dentro di lui ribolliva di rabbia e avrebbe voluto gridare al mondo quello che realmente pensava. Ma fu bravo anche in questo, l’energia che aveva incanalato la riverso verso qualcosa anziché verso qualcuno. Lei gli aveva detto che era troppo infantile? E sia, lo sarebbe stato davvero. Di punto in bianco cominciò a collezionare oggetti vintage che gli ricordavano i momenti più belli della sua vita, quando tutto era leggero e la vita da adulto sembrava qualcosa di veramente lontano.

Vinili, audiocassette, riviste, ma anche vecchi computer, console di gioco, impianti audio. Girava vecchi negozi e mercatini alla ricerca della sua dimensione che si proiettava in un passato romantico. Si trasferì di nuovo a casa dei suoi genitori e prese possesso della sua vecchia stanza. Riprese dagli scatoloni tutta la sua roba vecchia di decenni e la arredò secondo le mode del tempo. Quella stanza rispecchiava il suo animo ed era diventato il suo rifugio personale. Quando non era fuori casa per lavoro passava ore all’interno della sua camera, da solo. D’altronde per un quarantenne come lui era meglio restare solo con sé stesso che vedere i conoscenti e soffrire per le loro belle vite familiari.

Gli affetti si dividevano tra chi fomentava le sue scelte legittime e chi lo metteva in guardia su un comportamento che lo escludeva dal mondo.

Fai bene, ora che sei libero puoi fare quello che vuoi senza essere giudicato

Sicuro di non stare esagerando? Vivi il presente, non il passato

Che male c’è, la vita è tua e fai quello che pensi sia meglio

Secondo me stai troppo il tempo da solo, dovresti uscire di più

Intanto lui proseguiva per la sua strada, i consigli gli rimbalzavano addosso su quell’armatura di gomma che si era costruito.

La domenica era il suo giorno preferito, si svegliava presto la mattina ed era tra i primi ad entrare all’interno del mercato dell’usato. Ormai conosceva tutti, commercianti e clienti abituali. Avrebbe potuto muoversi ad occhi chiusi tra le bancarelle, sapeva l’ubicazione di ogni venditore. Nel poco tempo in cui aveva coltivato la sua passione era diventato anche un discreto esperto. Non poche volte qualcuno gli chiedeva opinioni su qualche articolo o una stima approssimativa. Si sentiva padrone di un mondo che stava costruendo con le proprie mani. Anche quel giorno non era da meno. Al mattino presto era già fuori al cancello del mercato delle pulci e si apprestava ad entrare nel suo regno.

-Ciao Gianpaolo, come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Bene, bene. Senti quei pezzi di ricambio per il Commodore 64 vedo di farteli arrivare per la settimana prossima. E’ un problema?

-Assolutamente, grazie ancora

-Buona giornata

-Gianpaolo, vuoi vedere le “nuove” cassette che ho preso questa settimana? Sono sicuro che ti piaceranno, sono ancora chiuse nella bustina di plastica

-Ciao Gennaro, magari dopo. Ora devo passare da Piero

-Va bene, io sono qui. Buona giornata

L’inizio era sempre una sfilza infinita di saluti cordiali. Gianpaolo era un buon cliente e nessuno voleva perderlo. Lui quel giorno però aveva voglia di prendere qualche disco in vinile da ascoltare il pomeriggio in solitudine. Aveva il suo bancarellista di fiducia, Piero, dal quale aveva già acquistato parecchio materiale. Non solo era sempre fornito, ma era anche competente in materia di musica. Forse il migliore con cui Gianpaolo aveva mai parlato. Camminò lungo il percorso ed arrivò da Piero. Sul tavolo in bella mostra c’erano numerosi dischi in vinile ordinati alfabeticamente per artista. Una vetrina che faceva gola a tutti gli appassionati, bastava solo sapere quanto spendere.

-Ciao Piero, buongiorno

-Buongiorno a te Gianpaolo. Come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Non mi lamento. Sei passato qui solo per vedere o vuoi comprare qualcosa?

-Avevo pensato di prendere qualcosa

-Qualcosa di conosciuto o sconosciuto?

-Beh, dipende dal tuo significato di “conosciuto” e “sconosciuto”. Se mi rapporto a te non esiste niente di sconosciuto

-Sei troppo buono Gianpaolo. Eppure devi sapere che c’è sempre qualcosa che posso non conoscere e che mi stupisce ancora

-Davvero?

-Esattamente. Guarda, proprio qualche giorno fa ho preso questi dischi ad un’asta di un vecchio negozio del centro storico che ha chiuso definitivamente per debiti. Ho fatto affari comprando le prime edizioni di dischi famosissimi e nella collezione ho trovato questo

Appena finì la frase porse a Gianpaolo un disco ancora confezionato. La copertina era rosso scuro con in rilievo la scritta della band, The pain, e il titolo che era tutto un programma. Il paradiso di inferno. Prese il disco tra le mani e lo girò, sul retro non c’era nessuna informazione. Niente tracklist, niente elenco degli artisti, niente etichetta della casa discografica.

-Interessante, eh? Sembra un disco fatto in casa

-In che senso?

-Tipo i bootleg, forse il gruppo lo ha registrato in sala e ha prodotto solo qualche copia

Gianpaolo con l’altra mano tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e sbloccò lo schermo. Iniziò a digitare qualcosa quando Piero lo riprese.

-E’ inutile che cerchi su internet. Anche io ci ho provato e non ho trovato nulla. Non so chi siano questi The pain né come questo disco possa essere finito sugli scaffali di un negozio di musica

-Quindi stiamo parlando di un gruppo sconosciuto che pubblica un album sconosciuto. Chi mi dice che non sia un disco vuoto messo in una bella copertina per fare uno scherzo?

-Ci ho pensato anche io, ma non ho intenzione di scoprirlo. Finché rimane qui, non lo apro. Lascio la risoluzione di questo enigma a chi lo comprerà

Piero era un bravo venditore e conosceva bene i suoi clienti. Gianpaolo era sempre alla ricerca di qualcosa, nuovo o vecchio. Bastava solo gettare qualche esca e sapeva che il pesce avrebbe abboccato all’amo. Il suo punto debole era la curiosità e la voglia di conoscere più del suo venditore. Come volevasi dimostrare, dopo averlo girato e rigirato tra le mani un paio di volte, Gianpaolo guardò con sguardo serio Piero.

-Quanto vuoi per questo?

-Sei un cliente abituale, a te chiederei 20€

-Ma è quasi una pesca di beneficenza, venti euro sono troppi

-Prendere o lasciare, sei tu che mi hai chiesto qualcosa di sconosciuto

Gianpaolo ci pensò qualche secondo ma la curiosità era troppa. Doveva avere quel disco, aprirlo ed ascoltarlo. Prese il portafogli e porse una banconota da venti euro a Piero che intascò sorridendo.

-Buon ascolto, fammi sapere come sono

-Eh no, non ti faccio sapere nulla. Se vuoi te lo rivendo

I due si salutarono ridendo, poi Gianpaolo percorse velocemente i viali fino ad uscire dal mercato delle pulci. Era troppo interessato a scoprire quel segreto per godersi una lenta passeggiata. Entrò in macchina e si diresse subito a casa.

Una volta arrivato salutò velocemente i suoi genitori, suo padre era seduto sul divano mentre cercava di selezionare non senza difficoltà un film su una delle piattaforme streaming on demand che Gianpaolo aveva configurato sul televisore di casa, sua madre invece era intenta a preparare un pranzo luculliano. Una volta entrato nella sua camera, Gianpaolo prese il disco ancora incellofanato per guardarlo meglio. Era ancora restio, aprirlo o non aprirlo? Tenerlo confezionato e immacolato oppure aprirlo e scoprire nuova musica? Si riservò di decidere dopo qualche minuto, voleva prima cercare su internet qualche notizia su quel gruppo sconosciuto.

Dopo i primi dieci minuti sui più importanti motori di ricerca si rese conto del perché Piero non avesse reperito notizie. Il web era all’oscuro dei The pain, nessuno aveva mai scritto qualcosa su di loro. Anche la navigazione nei forum amatoriali non aveva prodotto alcun risultato significativo. Sembrava proprio che quella band fosse sconosciuta e che probabilmente si trattava di un album amatoriale, probabilmente senza alcun valore.

Ormai Gianpaolo era sicuro, doveva aprire il disco ed ascoltarlo, non avrebbe perso nulla. Al massimo avrebbe riposto il disco nella sua confezione e lo avrebbe tenuto in perfetto stato per poi rivenderlo nel caso avesse saputo qualcosa in più. Prese la copertina e tolse la pellicola trasparente. Appena tolse la confezione gli arrivò alle narici uno strano odore. Pensò si trattasse della puzza di chiuso, probabilmente il disco era rimasto in quello stato per troppo tempo. Avvicinò il naso al vinile, più si avvicinava più l’odore diventava forte. Gli ricordava quasi quello dello zolfo. Chissà se era una trovata pubblicitaria per rimarcare il tema del disco. Forse era un concept album.

Lo guardò un’ultima volta prima di metterlo sul suo giradischi. Spostò il braccio dell’apparecchio e appoggiò la puntina sul disco. All’inizio fu silenzio, un insopportabile silenzio, era ancora convinto che quello fosse uno scherzo e lui fosse la vittima. Dopo qualche minuto sentì qualcosa. Il volume era basso quindi alzò lentamente il selettore per aumentarlo. Suoni, rumori, poi una voce maschile. Grave, roca, ma aveva una caratteristica inconfondibile, era riprodotta al contrario. Cominciò ad ascoltarla incuriosito anche se non riusciva a capire il significato. Sapeva bene che in passato numerosi artisti famosi avevano usato quella tecnica bizzarra per mandare messaggi subliminali ai loro fan o anche solo per alimentare dicerie che gli avrebbero garantito più vendite.

I minuti passavano lenti, Gianpaolo ascoltava le parole senza senso che uscivano fuori dalle casse cercando di carpirne un significato. Era sovrappensiero quando sentì un forte rumore. Saltò dalla sedia impaurito prima di rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla porta della sua stanza. Andò ad aprire, era sua madre.

-Posso iniziare a buttare la pasta?

-Mamma sei tu? Ti avviso io tra una mezz’oretta, se non è un problema

-Va bene, aspetto te

Richiuse la porta dandosi dello sciocco. Era troppo impegnato ad ascoltare il disco da spaventarsi al minimo rumore. Si rimise seduto e cominciò a pensare. Se tutto il disco era inciso al contrario non c’era motivo di continuare ad ascoltarlo. Tra l’altro la musica non sembrava esserci quindi era necessario capire il senso del testo. Avvicinò quindi il giradischi al computer e posizionò un cavo all’uscita audio. Fece ripartire il disco dall’inizio mentre nel frattempo riordinava la stanza. Quella specie di nenia in sottofondo non lo disturbava, si accorse dopo una ventina di minuti che il disco non emetteva più suoni quindi staccò la registrazione ed avviò un programma per modificare la traccia audio appena salvata. Dal menu selezionò i comandi per riprodurre la traccia al contrario. Appena finì l’operazione salvò il file e cliccò due volte per avviare il player.

Dal notebook si sentì una leggera musica di sottofondo, più che strumenti era un coro di voci bianche. Dopo qualche secondo iniziò la parte di quello che avrebbe dovuto essere il frontman del gruppo. Più che una canzone era un parlato, come se stesse recitando una poesia. Purtroppo non era in italiano, le parole erano incomprensibili. Gianpaolo si applicò per individuare qualche parola ma non fu in grado di capirne il linguaggio. Era sicuramente una lingua a lui sconosciuta. Intanto più la voce continuava a parlare e più un senso di angoscia pervadeva l’animo dell’uomo. Dopo qualche minuto accadde qualcosa di straordinario quanto macabro.

All’improvviso tutti i dispositivi audio presenti nella camera di Gianpaolo cominciarono ad emettere suoni. Il subwoofer collegato ad un impianto stereo, le casse del suo pc, i giocattoli parlanti, addirittura un vecchio carillon che cominciò a girare, ogni dispositivo riproduceva qualcosa. Non ci volle molto per capire cosa stessero riproducendo. Erano voci, voci umane che si liberavano in lamenti sempre più alti. Voci femminili e maschili, più il loro volume aumentava e più la voce della traccia faceva lo stesso. I lamenti imploravano pietà, soffrivano, chiedevano la morte piuttosto che un supplizio così doloroso. Gianpaolo era immobilizzato sulla sedia e non riusciva a muovere un muscolo. Ascoltava impietrito quelle urla che pian piano sembra conoscere.

Abbi pietà! Abbi pietà!

Uccidimi, ti prego uccidimi!

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

Vai via demone!

Avrebbe voluto muovere anche solo un braccio, stoppare la riproduzione e fuggire da quell’incubo. Sentiva le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte, gelide come pezzi di ghiaccio. Era spacciato, gli sembrava di essere come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, mentre è costretto ad osservare scene di violenza contro il suo volere. Era quasi sul punto di cedere quando un forte rumore attirò la sua attenzione.

Di colpo aprì gli occhi, rendendosi finalmente conto di stare dormendo. Il rumore era continuo, dopo i primi secondi di incoscienza capì che si trattava del campanello. Si alzò di scatto dalla sedia e controllò in giro, gli oggetti che prima si comportavano stranamente sembravano di nuovo normali. Era stato sicuramente un sogno, uscì dalla stanza ed andò ad aprire mentre continuavano a suonare il campanello. Strano che nessuno dei due genitori fosse andato ad aprire.

Arrivò all’ingresso ed aprì la porta senza guardare nello spioncino. Si ritrovò davanti due agenti di polizia, uno con lo sguardo serio, l’altro mostrava un piccolo sorriso di circostanza.

-Salve, il signor Castaldo?

-Sì, sono io. Anche mio padre però, lei chi cerca?

-Siamo qui perché siamo stati allertati per un’emergenza. Hanno chiamato in centrale perché hanno sentito urla e forti rumori provenire da questo appartamento

Gianluca rimase di stucco. Cosa era successo? E perché i genitori non c’erano in quel momento? Stava per pensare al peggio quando la soluzione gli venne in mente e un piccolo sorriso gli si stampò sul volto.

-Ah, ma certo. E’ colpa mia scusate. Ero nella mia camera ad ascoltare musica. E’ una lunga storia… il disco che ho comprato stamattina è un po’… particolare. L’ho ascoltato a tutto volume, non pensavo si sentisse così forte. Mi dispiace che qualcuno abbia potuto pensare a qualcos’altro

I due poliziotti si guardarono con fare sospettoso poi si rivolsero nuovamente a Gianpaolo.

-Lei vive da solo, signor?

-Gianpaolo. No, ci sono anche i miei genitori

-Sono in casa adesso?

-Pensavo di sì, forse sono usciti mentre ero da solo in camera

-Possiamo entrare e controllare?

A Gianpaolo venne in mente la frase che di solito sentiva nei film gialli, “non può entrare se non ha un mandato” ma pensò che in quell’occasione non c’era nulla di male a farli entrare. Magari li avrebbe invitati ad ascoltare il disco per confermare la sua tesi e togliere ogni dubbio dalle loro menti prevenute.

-Certamente, prego

Li lasciò entrare mentre lui si diresse in cucina.

-Gradite qualcosa? Un caffè, un the?

-Non possiamo grazie. Magari solo un po’ d’acqua

-Ok, sono subito da voi poi vi faccio ascoltare il disco in questione e vi racconto tutto dall’inizio

Si girò e avanzò verso il frigorifero. Lo aprì e quello che vide gli bloccò il fiato in gola. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse succedendo che girò gli occhi all’indietro e svenne, cadendo di colpo sul pavimento.

Quando si risvegliò non capì subito dove si trovasse. C’era una luce bianca, forte, che illuminava la stanza vuota con una scrivania al centro. Lui era seduto su una sedia, appena si rese conto di essere all’interno dello sgabuzzino si alzò di scatto. Una mano si posò con forza sulla sua spalla.

-Signor Castaldo, rimanga seduto

-Cosa succede? Perché sono qui?

-Signor Castaldo, lei si ricorda di me? Sono venuto nella sua abitazione

-Sì, eravate in due. Ma non ho capito cosa…

-Ricorda di essere svenuto dopo aver aperto il frigorifero?

Gianpaolo visualizzò l’immagine che gli si era presentata aprendo il frigorifero. In tutti gli scompartimenti erano ammassate delle buste di plastica che grondavano sangue. In una in particolare, trasparente, aveva riconosciuto una testa umana con il volto di suo padre. Quando ripensò a quel momento ebbe un conato di vomito e si sedette di nuovo sulla sedia.

-Si sente bene? Quando ha aperto il frigorifero ha perso i sensi e le abbiamo fornito soccorso. Ricorda cosa è accaduto prima del nostro arrivo?

-Dove sono? Dove sono i miei genitori?

-La scientifica è già arrivata e sta effettuando le analisi della scena del crimine. Da una prima verifica sembra che i suoi genitori siano stati uccisi, i loro corpi sono stati… conservati nel frigo di casa

Gianpaolo era intontito. I suoi genitori erano morti. Qualcuno li aveva assassinati, fatti a pezzi e tutto mentre lui stava ascoltando musica estraniandosi dalla realtà. La voce dell’agente lo risvegliò da quei pensieri, riportandolo alla dura realtà e non lasciandogli neanche il tempo di elaborarla.

-Lei ricorda cosa è successo prima del nostro arrivo?

-Come scusi?

-Quando è stata l’ultima volta che ha visto i suoi genitori?

-Stamattina, quando sono arrivato a casa. Sono uscito per andare al mercato delle pulci e sono rientrato verso le 11

-C’è qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?

-Certo! Il signor Piero, ha una bancarella al mercato. E’ da lui che ho comprato quel vecchio disco…

Gianpaolo si bloccò di colpo. Gli venne in mente quel pensiero, ma era troppo incredibile per ripeterlo ad alta voce. Non poteva essere, non era colpa del disco, di quell’incubo che aveva vissuto ad occhi aperti. Eppure più ci pensava e più si rendeva conto che tra le voci che sentiva nella stanza c’era qualcuna che conosceva. Che poteva essere dei suoi genitori.

-Continui, perché si è interrotto? C’è qualcosa che deve dirci?

-No, nulla… oppure… 

-Dica

-Il disco… quel disco che ho comprato. Contiene una strana traccia audio registrata al contrario. Quando l’ho ascoltata è successo qualcosa di strano. Ho sentito delle voci che urlavano

-Ritiene che le voci siano dei suoi genitori?

-Sì! Pensavo che fossero del disco e invece erano i miei genitori che imploravano aiuto! Tutto mentre ero nella mia stanza e potevo fare qualcosa

L’ispettore cercò di calmare Gianpaolo che cominciò a piangere a dirotto.

-Si tranquillizzi. Ora l’importante è capire chi è l’assassino e come abbia fatto ad entrare in casa. Il disco di cui parla è ancora qui? Nella sua stanza?

Gianpaolo annuì con la testa, l’agente diede l’ordine ad un collega di andare nella sua stanza a verificare la sua versione. Intanto Gianpaolo non poteva capacitarsi di quanto accaduto. Nella sua testa dava la colpa a tutto. Alla sua vita da ossessionato di dischi, alla sua ex moglie che lo aveva ridotto in quello stato, al venditore che era riuscito a fargli comprare un oggetto che non valeva niente. Avrebbe voluto urlare davanti a tutti, sfogarsi per la prima volta dopo aver inghiottito troppa merda. Non si accorse che uno degli agenti presenti in casa sua si avvicinò all’ispettore riferendogli qualcosa nell’orecchio mostrandogli lo schermo di un notebook. Quando ebbe finito di ascoltare, l’ispettore divenne serio e ritornò accanto a Gianpaolo con sguardo risoluto.

-Signor Castaldo, la dichiaro in arresto per l’omicidio dei suoi genitori

Gianpaolo sgranò gli occhi per lo stupore. Com’era possibile che proprio lui venisse accusato di quel crimine? Doveva assolutamente chiarire la situazione, lui era solo una vittima e il vero carnefice era ancora libero.

-Non capisco, cosa dite? Non posso essere stato io, lo posso dimostrare

-Mi dispiace ma le prove che abbiamo raccolto sono tutte contro di lei. Le consiglio di non fare resistenza…

-Ma le dico che non è possibile! Io ero nella mia stanza! Ecco, solo ora mi viene in mente, ho installato delle telecamere per tutta la casa! Forse ero troppo scioccato per ricordarlo prima, vedete quello che c’è nelle registrazioni e vi renderete conto che io non c’entro!

Sul volto di Gianpaolo comparve un sorriso di speranza, aveva trovato la prova lampante della sua innocenza e la chiave per catturare il vero assassino. Nessuno però provvedeva a togliergli le manette e gli sguardi di tutti i poliziotti presenti non cambiavano la loro espressione seria. Fu l’ispettore a parlare in tono grave.

-Controllare le telecamere di sicurezza è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Conferma la sua versione dei fatti sul rientro a casa per le 11, ma nessun altro è entrato in casa. Inoltre le telecamere interne hanno registrato questo

Un altro agente girò verso Gianpaolo un notebook. Dal monitor partì una registrazione. Si vedevano le vittime intente a preparare la tavola per il pranzo, subito dopo comparve un’altra figura. Era lui, Gianpaolo. Si diresse verso la cucina ed aprì uno dei cassetti. Prese una mannaia e senza esitazione si avvicinò alla madre. Un solo colpo, netto, all’altezza dell’avambraccio. La donna si inginocchiò mentre una parte del braccio penzolava attaccata ancora per un lembo al resto del corpo. Aprì la bocca, forse stava urlando ma il suo carnefice continuò l’opera. Un colpo sulla spalla, poi uno sul cranio. Il corpo della madre si accasciò a terra mentre il marito fece qualche passo indietro cadendo rovinosamente sul pavimento. Gianpaolo si accanì su di lui finché il corpo finì di muoversi.

La scena dell’assassinio era sotto gli occhi di tutti. Gianpaolo guardava quei pixel in bianco e nero che decretavano la sua condanna. Non riusciva a dare una spiegazione plausibile di quello che aveva visto. Sapeva di non essere lui quello del video, lui era solo nella sua stanza quando tutto era accaduto.

-Non sono io! Quello non sono io, dovete credermi!

-I fatti parlano chiaro, è lei l’assassino dei coniugi Castaldo

-No! Non sono io! E’ il disco! Vi dico che è il disco che ho comprato! E’ maledetto!

-Abbiamo analizzato il disco che era presente sul giradischi nella sua camera. E’ vuoto, non contiene nessuna traccia audio

Gianpaolo ascoltò quelle parole in silenzio, poi cominciò ad urlare parole incomprensibili mentre i poliziotti lo ammanettarono e lo portarono fuori dalla sua abitazione. Nell’uscire di casa, mentre lo trascinavano a forza, si guardò per l’ultima volta nello specchio dell’ingresso. Quello che vide non era il suo volto ma quello di un demone con la pelle scura, lunghe corna appuntite e una lunga barba. Il volto del male che lo guardava ridendo.

19 Novembre 2012

Lunedì

Ester aspettava il treno in piedi sulla passerella della stazione di Piazza Garibaldi. La mattina seguiva i corsi universitari e di solito ritornava a casa per pranzo e cominciava a studiare. Quella settimana però era diverso, gli esami si avvicinavano sempre più quindi per evitare di sprecare tempo nel lungo tragitto tra il Policlinico II e il paesino di provincia in cui viveva decise di organizzarsi con le sue amiche e studiare il pomeriggio nelle aule messe a disposizione dall’università.

Quello era stato il primo giorno e pensò che l’idea non era per niente male. I corsi finivano alle 13, dopo aver consumato un pranzo a sacco veloce all’aperto studiarono per quattro ore di fila ripetendo tutto il programma. Certo, passando tutto quel tempo fuori casa doveva prendere la circumvesuviana più tardi, ad un orario diverso dal solito. Ed infatti quel primo giorno i trovava in piedi in compagnia del suo amico libro ad attendere il treno delle 19:02.

Sentì la voce dell’avviso che informava dell’arrivo del suo treno. Si allontanò ulteriormente dalla linea gialla mentre chiudeva il libro e osservava la folla di persone che si radunava nei punti strategici dove si sarebbe fermata la porta. Arrivò il treno, come al solito fu l’ultima ad entrare, non le piaceva il pensiero di infilarsi tra le altre persone per essere tra le prime. Sarebbe comunque entrata e difficilmente avrebbe trovato un posto vuoto su cui sedersi. Entrò e si piazzò in piedi accanto ad uno dei tubi di ferro del treno, riaprì il suo libro e continuò la lettura.

Lo aveva comprato da qualche giorno ma la storia era così avvincente che era già arrivata a metà in poco tempo. Quella sera però non riusciva a finire una sola pagina. Non che non le piacesse la storia in quel punto, ma nel vagone c’era troppo casino e non riusciva a concentrarsi. Alzò lo sguardo e si guardò intorno.

Davanti a lei su una postazione di quattro sedili c’era seduta una donna. Era al telefono e continuava a parlare ad alta voce fregandosene degli altri presenti. Era una telefonata di lavoro, impartiva ordini e comandi per il giorno successivo. Anche la gestualità era accentuata, sembrava che il suo interlocutore fosse davanti a lei. Probabilmente era così presa dalle sue cose da essere convinta di trovarsi da sola in quel treno. Di fianco a lei e di fronte c’erano due ragazzi intenti a guardare gli schermi dei propri cellulari. Poco importava a loro del volume alto, niente li avrebbe disturbati dai loro giochi virtuali.

Intanto l’altro posto era occupato da un ragazzo diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro. Sembrava fosse appena stato ad una gara di cosplay. I capelli erano neri, quelli davanti coprivano quasi completamente il suo sguardo e all’estremità sembravano raccogliersi in maniera appuntita. Aveva una maglia a maniche lunghe nera e un jeans con vari strappi. Sui polsi almeno una decina di bracciali. Ma non era il suo look troppo simile al personaggio Elle di Death Note a stuzzicare la curiosità di Ester quanto quello che stava facendo.

Stava disegnando.

Era chino mentre con una matita disegnava su un block notes che teneva sulle ginocchia. Le sue mani si muovevano senza fermarsi, quasi avidamente. La matita percorreva la superficie del foglio tracciando linee e forme. Sembrava quasi che fosse in trance mentre il suo disegno prendeva vita sulla carta. Ogni tanto alzava lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo e continuare l’opera.

Quel ragazzo la incuriosiva tanto, era così affascinata da quello che faceva che non sentiva nemmeno più la voce della donna al telefono. Posò il libro nella borsa, ormai non aveva più voglia di continuare a leggere. Fece qualche passo in avanti per vedere meglio cosa stesse disegnando. Da dove era posizionata non riusciva a vedere nulla. Mentre si avvicinava sperò che lui non la notasse. Non stava facendo niente di male, anzi, se lui disegnava in pubblico non si sarebbe certamente offeso se qualcuno avesse voluto vedere meglio il disegno. Però lei sentiva una strana angoscia che non riusciva a spiegare. Si appoggiò accanto alla porta del vagone, da lì riusciva a vedere meglio cosa c’era sul foglio.

Non c’erano dubbi, era il volto della signora seduta di fronte a lui. Ester riusciva a vedere soltanto una parte del foglio ma era evidente che quello fosse un ritratto. I dettagli erano impressionanti. Com’era possibile che quel ragazzo riuscisse a disegnare così bene in condizioni come quelle. Chiasso, confusione, il movimento continuo del treno e le frenate brusche. Era un vero talento, doveva riconoscerlo. Stava per allungare il collo e vedere meglio il resto del disegno quando il treno si fermò e le porte si aprirono.

Ester si rese conto che si era piazzata proprio davanti all’apertura delle porte e dovette spostarsi subito per permettere alle persone di uscire. Purtroppo per lei, nel vagone entrò una fiumana di gente quindi non poté più scegliere dove posizionarsi meglio per osservare il disegnatore misterioso. Non solo, tutti spingevano per entrare e lei si ritrovò senza volerlo a parecchia distanza dal suo obiettivo.

Non riusciva più a vedere nulla e non era consigliabile neanche riprendere il libro dato il poco spazio a disposizione. Sbuffò contrariata mentre intorno a lei i passeggeri parlavano di una corsa soppressa. Questo spiegava la strana affluenza.

Alla fermata di Barra il treno si svuotò e lei non aspettò ulteriormente per portarsi nuovamente in direzione del disegnatore. Quando arrivò lì però rimase delusa. Lui non c’era più, il suo posto e quello accanto erano vuoti. La signora era ancora al telefono e parlava forse con un tono più alto. Non aveva nessun foglio tra le mani, quindi probabilmente il ragazzo non le aveva dato il disegno che la ritraeva.

Che strano, pensò. Magari voleva tenere per lui quel disegno che avrebbe fatto parte di un suo portfolio. O magari la signora era così impegnata da non poter accettare un ritratto da un ragazzo sconosciuto. Quanto sarebbe piaciuto ad Ester di avere in dono un suo disegno. Forse era un pensiero troppo romantico o forse troppo da ragazzina ma pensarlo la rese felice.

Ritornò con i piedi sulla terra e ripensò un’ultima volta al disegnatore, poi si spostò in un altro vagone meno chiassoso e prese posto. Aprì il libro e continuò dall’ultima pagina che stava leggendo.

Martedì

Il secondo giorno di studio intensivo era stato ancora più redditizio. Le quattro giovani amiche avevano studiato così tanto che non si erano rese conto del tempo che passava velocemente. Quando Ester, che tra le quattro era quella che abitava più lontano e aveva più mezzi da prendere per tornare a casa, si rese conto di che ore fossero mise tutto in borsa ed uscì dal policlinico senza nemmeno avere il tempo di salutare le compagne.

Si affrettò ad uscire dalla cittadina universitaria e prendere la sfilza di treni per ritornare a casa non troppo tardi. Metropolitana collinare, poi Metro linea 2 e poi per ultimo la Circumvesuviana. Dopo le corse tra i pedoni lenti all’interno delle stazioni di scambio e le preghiere ad ogni passo, finalmente Ester arrivò sulla banchina di Piazza Garibaldi giusto in tempo per entrare nel treno che l’avrebbe portata a casa.

Appena fu dentro si appoggiò ad una parete e respirò a fatica per riprendersi. Guardò l’orologio, 19:03. Per fortuna quel minuto di ritardo, per lei era stato fatale. Ringraziò il cielo di quella botta di fortuna, poi prese il cellulare ed avvisò le amiche di essere arrivata sana e salva alla stazione, scusandosi per essere fuggita senza salutarle. Si guardò intorno e vide un posto libero. Ancora con il fiato corto si avvicinò al sedile e prese posto. Anche quello di fianco al suo era libero quindi ci piazzò sopra lo zaino pesante, pieno di libri, fotocopie e appunti. Lo aprì, frugò nella confusione ed estrasse il suo amico libro. Cominciò a leggere e come succedeva spesso si estraniò completamente dalla realtà. La sua mente vagava tra le pagine del libro, divorava le lettere stampate e sognava di essere la protagonista della storia che stava leggendo. Alzò lo sguardo solo un paio di volte per controllare il display che mostrava la fermata successiva. Fu allora che con la coda dell’occhio vide qualcosa. Non ci aveva fatto caso prima ma nella fila di posti di lato al suo era seduto il disegnatore del giorno prima.

Quando lo vide si rese conto ancora una volta di quanto fosse attratta da lui. Stranamente a causa degli impegni lo aveva quasi dimenticato, non aveva pensato che il treno era lo stesso del giorno prima e avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Anche in quell’occasione stava disegnando. Con lo stesso impeto, la stessa passione del giorno precedente. La sue dita si muovevano in maniera rabbiosa sul foglio mentre ogni tanto guardava di fronte a sé. Stavolta davanti aveva un uomo di mezza età. Ad Ester sembrò il classico padre di famiglia che la mattina si svegliava presto per andare al lavoro e rincasa tardi stanco morto.

Le era venuta voglia di vedere il ritratto che stava creando l’artista. Ripose il libro nello zaino e si alzò senza dare nell’occhio. Si posizionò proprio dietro di lui e si affacciò per vedere il block notes. Anche quel giorno rimase affascinata dai dettagli del disegno. Sembrava una foto in bianco e nero del signore seduto di fronte al ragazzo. Stavolta però notò qualcosa. dei dettagli sembravano renderlo più vecchio. Leggermente più calvo, i capelli ingrigiti e qualche ruga in più. Sembrava quasi che lo avesse ritratto di proposito più vecchio, cosa effettivamente non facile da fare. Il disegno era ormai completo, Ester si spostò dall’altro lato per vedere il volto del ragazzo. Proprio in quel momento lui fece qualcosa di inaspettato. Guardò il suo disegno, il suo sguardo divenne di colpo triste e prese il foglio tra le mani. Subito dopo lo stropicciò rompendolo in mille pezzi che fece cadere a terra.

Ester rimase sorpresa da quel comportamento. Come era possibile che un disegno così stupendo potesse essere distrutto, dall’artista stesso poi. Forse anche il giorno prima aveva fatto così? Aveva strappato il suo disegno? Non avrebbe mai avuto una risposta, a meno che non avesse trovato il coraggio di chiederlo direttamente a lui.

Stava pensando a cosa fare quando il treno si fermò a Barra e il ragazzo mise matita e blocco degli appunti in una borsa e uscì dalla carrozza. Dal finestrino Ester lo vide camminare all’esterno, sotto la pioggia, senza un ombrello e con le mani in tasca. La scena le mise così tanta tristezza che per tutto il viaggio non pensava ad altro. Avrebbe voluto parlargli e conoscerlo meglio ma la sua timidezza l’aveva fermata.

Mercoledì

Diversamente dal giorno precedente, Ester fece di tutto per uscire prima dal Policlinico e prendere il treno delle 19:02. Era un’idea folle, anche le amiche glielo avevano detto. Se per due giorni di fila aveva incontrato quel ragazzo in treno non era detto che anche il terzo giorno sarebbe stato così. Intanto lei aspettava da più di mezz’ora sulla banchina l’arrivo del treno a Piazza Garibaldi. Aveva addirittura la possibilità di tornare prima a casa ma ormai era fermamente decisa. Si guardava intorno per cercarlo ma del ragazzo nemmeno l’ombra.

Il treno delle 19:02 arrivò puntuale, un ultimo sguardo ai passeggeri che stavano per salire e anche Ester entrò. Appena fu dentro lo cercò con lo sguardo. Nulla.

Le persone erano tante e la calca non permetteva di vedere in tutte le direzioni. Era impensabile anche solo spostarsi di carrozza, come lo avrebbe trovato? Fu allora che sentì una voce che non pensava di ricordare.

-Ester! Ciao, come stai?

Si girò e vide un volto maschile. Era così sovrappensiero che non l’avrebbe mai riconosciuto nella moltitudine di persone all’interno del vagone. Mise a fuoco e lo ricordò. Era Marco, un suo compagno di scuola delle superiori. Compagno sì, amico no, avrà scambiato con lui non più di venti parole in cinque anni. L’ultima persona che le serviva in quel momento.

-Carissima, come va? Che fai di bello?

-Io…

-Sicuramente stai tornando a casa dall’università, sei sempre stata una ragazza in gamba tu. Anche io sto seguendo dei corsi universitari. Quest’anno mi sono iscritto a Giurisprudenza, l’anno scorso ho provato con Fisica ma non faceva per me. Anche perché qui avrei più sbocchi nell’azienda di mio padre. Lo sai che mio padre possiede…

Ester si ricordò di colpo qual era la caratteristica peculiare di Marco. Era logorroico. Ma non nel senso positivo del termine. Era capace di indurre le persone all’asfissia più totale. Tutti in classe lo evitavano per quello, ma anche per le manie di grandezza derivanti dal suo ego smisurato. In quel momento lei avrebbe voluto soltanto piantarlo lì e continuare la sua ricerca ma non riusciva a fermare la fiumana di parole che uscivano dalla sua bocca.

-…e quindi io le ho detto che poteva anche tenerselo stretto dato che lo voleva così tanto. A proposito, lo sai che Bianca aspetta un bambino? L’ho saputo perché in pratica il fratello è iscritto allo stesso mio corso di karate, quindi…

Non riusciva ad aprir bocca che lui era saltato già ad un altro argomento. Non solo non riusciva a seguire il discorso, ma le sembrava di sentire solo una sfilza di “bla bla bla” continui. Se non lo fermava avrebbe viaggiato fino a casa con quell’assordante e noioso monologo nelle orecchie. Decise per una volta di fare la scostumata, d’altronde non le importava minimamente di lui e della sua vita da sfigato.

-…sapessi la faccia che ha fatto quando si è avvicinato quel cane abbaiando…

-Senti Marco, mi dispiace ma devo andare subito, mi sono ricordata di aver lasciato nel vagone una mia amica. Mi sta cercando sicuramente

-Ottimo, ti accompagno. Magari è carina

-No, non hai capito. Devo andare. Ti saluto. E’ stato un piacere averti visto

Finì quella frase e subito dopo si dileguò tra la folla. Non si girò per evitare di vedere il suo sguardo tra l’allibito e il contrariato ma era già tardi e doveva davvero andare. La prossima fermata era quella di Barra quindi non doveva perdere altro tempo.

Il treno si fermò e la maggior parte delle persone uscirono. Uscì anche lei cercando con lo sguardo il ragazzo. Guardò in tutte le direzioni e finalmente lo vide, era uscito e neanche quel giorno aveva avuto l’occasione di poter parlare con lui. Sentì la sirena che annunciava la chiusura delle porte, fece una corsa per ritornare nel vagone.

Le porte si chiusero e il treno ripartì. Si appoggiò tristemente sulla parete interna lasciandosi scivolare fino al pavimento. Era poggiata a terra come lo era anche il suo stato d’animo. Un’altra occasione sprecata, avrebbe dovuto aspettare altre ventiquattr’ore per rivederlo. Se era fortunata. Stava per perdere le speranze quando vide dei foglietti volare sul pavimento liscio del treno. Ne prese uno, lo guardò ed ebbe un sussulto al cuore. Era uno dei pezzi del foglio su cui il disegnatore aveva compiuto la sua opera quella sera. Subito si rialzò e andò alla ricerca degli altri.

Come una forsennata si controllò l’intero vagone. Sotto i sedili, negli angoli, nelle pieghe delle paratie. In poco tempo riuscì a trovarli tutti. Li strinse a sé teneramente prima di rimetterli in borsa.

Giovedì

Come il giorno precedente, Ester era arrivata puntuale alla stazione di Piazza Garibaldi. Con un filo di trucco in più e tanta speranza. quel giorno le amiche l’avevano supportata e avevano tifato per lei.

Mi raccomando, se lo incontri parla con lui

Che male fa chiacchierare con uno sconosciuto incontrato in treno?

Basta con questa timidezza! Non perdere questa opportunità!

Le volevano bene e avrebbero voluto il meglio per lei.

Stringeva a sè il suo zaino all’interno custodiva il suo segreto, quello che forse l’avrebbe avvicinata a lui. I minuti passavano ma per lei sembravano ore lunghissime.

Il treno arrivò ed entrò. Ispezionò con lo sguardo ogni angolo del vagone ma del ragazzo nemmeno l’ombra. Per fortuna non c’era tanta gente quindi poteva cercare più facilmente. Alla stazione di Gianturco scese per passare ad un’altra carrozza. Fece avanti e indietro due volte ma anche lì non trovò il disegnatore. Alla stazione successiva, San Giovanni a Teduccio fece lo stesso, passò nella carrozza in fondo. Doveva essere lì per forza. Purtroppo neanche in quella trovò il ragazzo.

Alla stazione di Barra uscì dalla banchina per controllare le persone che uscivano dal treno. Fuori pioveva a dirotto ma ormai Ester non sentiva più la pioggia sulla sua pelle. Vide i volti di tutti quelli che percorrevano la banchina ma del ragazzo misterioso ancora nulla. Rientrò nel treno fradicia, si sedette su una sedia libera e abbassò la testa. Una piccola lacrima cadde sul pavimento del treno, l’unica che non riuscì a trattenere nascosta tra le gocce di pioggia.

Rialzò la testa e si asciugò il volto. Si diede della scema. Come aveva potuto immaginare una storia d’amore con uno sconosciuto di cui non sapeva nemmeno il nome. Era sempre così, costruiva dei castelli in aria e poi rimaneva delusa quando le pareti dei castelli crollavano. Aprì lo zaino e prese l’oggetto che era diventato più caro. Un foglio di carta, composto dai pezzi trovati il giorno prima messi insieme dallo scotch. Guardò ancora una volta quel disegno, ancora un ritratto. Il viso di una bambina all’incirca di dieci anni. Gli occhi erano chiusi ma l’espressione sembrava serena. Come se stesse dormendo o riposando quieta. Quante volte dalla sera precedente aveva osservato quel disegno. Lo aveva ricomposto con cura stando attenta a far combaciare correttamente i pezzi. Più lo guardava e più soffriva per quell’amore mai nato. O forse, non ancora.

Venerdì

Quella storia stava diventando un’ossessione per Ester. Ormai non pensava ad altro. Il libro che la accompagnava in tutti i suoi viaggi in treno era rimasto a casa, erano giorni che non leggeva più. Nella sua stanza aveva incorniciato il disegno e lo aveva appeso al muro. Passava ore a rimirarlo pensando al suo disegnatore. Anche all’università le cose era cambiate drasticamente. Non studiava più con la stessa voglia di prima. Gli esami si avvicinavano ma a lei sembrava non importare più. Le sue amiche la mettevano in guardia.

Ma stai dormendo la notte? Hai una faccia che non mi piace

Ancora a pensare a questa storia? Magari lo incontri, magari no, ma non devi ossessionarti

Dobbiamo studiare, questo esame lo dobbiamo passare tutte insieme, dai!

Ester, sveglia! Preferisci fare una pausa e riposarti un po’? Lo so a cosa stai pensando

Effettivamente glielo si leggeva in faccia come stava. Il volto non era radioso come gli altri giorni, la stanchezza aveva solcato i tratti del suo viso rendendola una maschera di tristezza. Sapeva di non stare bene, ma doveva provarci l’ultima volta. Doveva prendere quel treno e cercarlo, se era fortunata lo avrebbe trovato e avrebbe parlato con lui. Lo aveva giurato a sé stessa. L’ultima occasione, poi si sarebbe rimessa in carreggiata.

Il treno arrivò in orario, entrò e si guardò intorno. Aveva gli occhi stanchi, le palpebre si chiudevano da sole mentre lei con forza le riapriva. Si guardò intorno invano, neanche quel giorno c’era il ragazzo. Stanca e delusa si lasciò cadere su un sedile e chiuse gli occhi. Una sola volta, un singolo istante, ma era troppo stanca per rendersene conto. Si addormentò placidamente sul sedile.

Anche se per pochi minuti, il sogno di Ester fu intenso e doloroso. Sognò lui, quel ragazzo, la sua chimera. Aveva un paio di grosse ali e volava nel cielo. Volava lontano da lei. Su, sempre più su, fino a scomparire tra le nuvole di un cielo in tempesta.

Fu la voce metallica che avvisava l’arrivo nella stazione di Barra a destarla. Appena si rese conto di essere arrivata alla fermata del ragazzo subito si alzò in piedi e corse fuori dal treno. Era ancora intontita quando camminò sulla passerella a scrutare tra le persone. La luce fioca dei lampioni la accecava. Non fu però difficile trovarlo, a pochi metri da lei c’era il disegnatore con la sua solita camminata triste. Cosa doveva fare? Ritornare nel treno che l’avrebbe riportata a casa oppure tentare una follia. Forse per la prima volta nella vita decise che valeva la pena di fare un gesto folle. Solo quella volta.

Iniziò a correre tra la folla, vedeva il suo obiettivo avvicinarsi mentre il cuore le batteva sempre più forte nel petto. Era solo a pochi passi da lui quando decise di richiamare la sua attenzione.

-Fermati! Ehi, dico a te! Devo dirti una cosa importante!

Almeno una decina di persone si girarono, convinte di essere la persona richiamata da lei. Lui non si girò.

-Ehi, tu! Con i vestiti neri e i capelli scuri… il disegnatore!

Fu allora che si girò, incrociò il suo sguardo e il suo volto cambiò di colpo espressione. Sembrava spaventato, impaurito, com’era possibile? Appena vide Ester si girò di nuovo e iniziò a correre. Perché scappava? Non poteva permetterlo, aveva solo bisogno di parlare con lui. Corse anche lei nella sua direzione.

Lui correva più veloce ma sfortunatamente per lui la fila al tornello di uscita accorciò la distanza tra i due. Arrivarono fuori alla stazione, Ester non aveva idea di dove portassero quelle strade ma ormai era in ballo e doveva continuare a ballare. All’improvviso lui rallentò, probabilmente era stanco, lei ne approfittò per un ultimo passo lungo e lo raggiunse. Allungò il braccio e afferrò lo zaino che lui portava sulle spalle. Lui faceva forza per liberarsi e lei con il fiato corto cercava spiegazioni.

-Perché scappi?… Volevo solo parlarti….

-Vai via!… Stai lontana da me!

-Perché?…

Ester non lasciava la presa, quindi il ragazzo dovette fare una scelta. Sacrificare lo zaino. Sfilò le braccia e riprese a correre, sempre più veloce, allontanandosi definitivamente. La ragazza rimase con lo zaino in mano, guardandolo fuggire senza una spiegazione. Si inginocchiò a terra e iniziò a piangere. Quella follia, quel gesto che non avrebbe mai fatto prima di allora, pedinare un ragazzo sconosciuto, le aveva precluso ogni occasione futura. Non avrebbe mai avuto più il coraggio di cercarlo, di guardarlo. Provava solo vergogna.

Guardò lo zaino, lo strinse sul petto aspettando che il cuore cominciasse a battere in modo regolare. Era fuori discussione anche solo pensare di restituirglielo. Decise quindi di aprirlo e controllare cosa ci fosse all’interno. Sperava di trovare qualche suo disegno, rimase a bocca aperta quando vide la quantità di materiale. C’erano centinaia di fogli disegnati, ritratti di tantissime persone. Sfogliò alcuni di quei disegni senza distogliere lo sguardo. Erano tutti bellissimi, e tutti con la stessa particolarità. I volti avevano tutti la stessa espressione del disegno che lei aveva conservato in camera sua. Lo stesso volto rilassato e gli occhi chiusi.

Tutti tranne uno.

Appena lo prese in mano vide che il collo aveva una profonda cicatrice. Un dettaglio macabro che gli altri disegni non avevano. Guardò meglio l’immagine e di colpo il sangue le si gelò nelle vene. Era il ritratto di una ragazza ed assomigliava in maniera impressionante a lei. Portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. Quel ragazzo l’aveva ritratta in quel modo, perché? Forse era per quel motivo che lui stava scappando prima? La immaginava così, con una ferita profonda sul collo?

Probabilmente Ester era così sotto shock da non sentire i passi felpati che si stavano avvicinando alle sue spalle. Sentì soltanto all’improvviso una mano sulla spalla e qualcosa di freddo vicino alla sua gola. Il freddo dell’acciaio affilato di una lama.

-Dammi i soldi. Muoviti!

Si ritrovò all’impiedi, era ancora affaticata dalla corsa di prima e non aveva forze. La paura la teneva bloccata e non riusciva a dire una parola.

-Ti ho detto di muoverti o ti ammazzo! Dammi i soldi e il cellulare!

L’uomo alle sue spalle urlava. Dalla bocca usciva un forte tanfo di alcol. Ester non poteva e non voleva voltarsi. Voleva solo che il rapinatore se ne andasse subito. Doveva darle quello che lui voleva. Stava per dire qualcosa quando si rese conto che lo zaino dove teneva il portafogli e il cellulare era ancora sul treno. Quando era uscita di corsa per inseguire il disegnatore aveva dimenticato completamente di prenderlo.

Era spacciata. L’unica cosa sensata da fare era piangere, e lei lo fece.

L’uomo capì che da lei non poteva avere quello che desiderava. Senza dire una parola affondò la lama del coltello nella sua gola. Ne uscì un fiotto di sangue scuro, il corpo si accasciò a terra senza vita. Perlustrò i vestiti velocemente prima di scappare. Vide lo zaino a terra, lo prese e lo portò con sé per controllarlo meglio in un luogo lontano. Rimase deluso vedendo che il contenuto era soltanto una miriade di fogli disegnati

Il ragazzo corse finché aveva fiato. Si fermò e si guardò incontro, era in un parco che non conosceva. Era arrivato lì senza guardare nemmeno la strada che percorreva. Si sedette sul marciapiede e cominciò a respirare regolarmente. Chiuse gli occhi ma vedeva sempre davanti a sé quella ragazza, quella di uno dei suoi ultimi ritratti. Appena l’aveva vista era scappato, solo lui sapeva il perché.

Per proteggerla, per proteggerla da lui.

Fin da piccolo aveva avuto quel “dono”, come diceva sua madre. In realtà stava solo indorando la pillola, perché lui non si sentiva affatto speciale. Gli capitava spesso di andare in uno stato di trance e disegnare i volti delle persone, anche di quelle che aveva visto solo per qualche secondo. Nella sua mente vedeva i loro volti, ma non quelli di quel preciso istante. Vedeva i loro volti da morti, quelli dei loro cadaveri.

Non gli succedeva sempre, ma dopo mesi di pace aveva continuato a farlo negli ultimi giorni. Tra l’altro in circumvesuviana, davanti ad un pubblico numeroso. Quando si risvegliava dallo stato di trance e si rendeva conto di cosa aveva disegnato di solito conservava i ritratti ma nell’ultimo periodo erano così tanti che non sopportava la loro vista. Il primo impulso era quello di strapparli. Quella settimana però era successo qualcosa di molto strano. Il mercoledì aveva realizzato due disegni, quello di una bambina e quello di una ragazza. Il primo lo aveva strappato ma il secondo aveva qualcosa di familiare. Lo aveva portato a casa e con calma lo aveva confrontato alcuni suoi disegni fatti in precedenza.

Lo trovò, qualche settimana prima aveva realizzato un altro disegno di quella ragazza ma in quell’occasione il viso era molto più anziano e con uno sguardo sereno. Quello che aveva realizzato quel giorno invece era serio e aveva una cicatrice sul collo. Cosa significava? Che lui non poteva vedere un futuro assoluto della morte? Che in qualche modo qualcosa era cambiato nel tempo tanto da modificare il corso degli eventi? E se fosse stato lui la chiave di tutto? Magari era la sua presenza che aveva modificato qualcosa e messo in pericolo la ragazza. Secondo una visione passata del futuro lei sarebbe morta anziana, ora invece lui sapeva che sarebbe morta giovane con un colpo mortale alla gola.

Inconsciamente si sentiva responsabile per la sua vita, per quel motivo il giorno dopo non si recò al lavoro. Poi però si convinse che era tutto solo nella sua testa, finché non la rivide. Alla stazione di Barra, lei lo stava cercando. Fu in quel momento che lui capì, era tutto vero. Era lui la variabile che aveva spostato l’asticella dell’orologio della morte. Per quel motivo stava scappando. Non dal suo destino, ma da quello della ragazza. Un destino che ormai era stato scritto, o meglio disegnato.

12 Novembre 2016

Pioveva di brutto quella notte, erano ore che l’acqua veniva giù a secchiate senza smettere. Sembrava che da lassù qualcuno avesse un conto in sospeso con la città. Quando piove le vie principali si riempiono, fiumi di macchine si riversano in strada congestionando il traffico cittadino. Ci sono delle strade però che tutti evitano. Sono le strade lontane dal centro, quelle che collegano la metropoli con la periferia. Quelle che non riescono a drenare bene e che con un po’ d’acqua si allagano. Come la zona industriale, e il povero Raffaele si trovava proprio lì quella notte.

Stava ritornando a casa dopo una serata con i suoi amici di sempre. Quella sera era toccato a lui prendere l’auto e quindi era anche quello più sobrio. Dopo una serata di chiacchiere e musica aveva accompagnato gli altri a casa e stava per rientrare alla propria. Aveva atteso anche troppo che spiovesse ma proprio quella notte sembrava che il cielo non avesse voglia di smettere. Erano passati già troppi minuti sotto il ponte della Tangenziale, parcheggiato con le quattro frecce accese. Il flusso di pioggia non diminuiva e lui doveva prendere una decisione. Mise di nuovo in moto l’auto e proseguì lentamente. Le frecce erano ancora accese nel caso in cui qualche altra autovettura arrivasse, ma in quel momento era da solo per strada. Evidentemente tutti si tenevano a debita distanza da quella strada solitaria ma anche pericolosa. I tergicristalli erano attivati alla velocità massima ma non riuscivano comunque a tenere i vetri asciutti. La visibilità era diminuita di parecchio e Raffaele non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Girò a destra da Via Domenico de Roberto, sapeva che quella via lo avrebbe portato in una zona di Ponticelli da cui era facile proseguire per casa sua. La macchina percorreva quelle strade sobbalzando ad ogni fosso. Probabilmente Il manto stradale doveva aver subito dei danni per quel maltempo perché sembrava ci fossero buche ovunque. Raffaele continuava a viaggiare quasi alla cieca. Non vedeva nulla davanti a sé, aveva solo la sensazione che quella fosse la strada giusta per ritornare finalmente alla sua abitazione.

All’improvviso vide davanti a lui una luce, anzi due. Erano i fari di un’altra automobile che stava venendo nel senso di marcia opposto al suo. Udì il suono arrabbiato del clacson del suv che gli stava venendo addosso. Si rese conto che era lui in difetto, non ci aveva fatto caso ma stava invadendo la corsia opposta. Subito sterzò a destra per evitare l’impatto che sarebbe stato fatale per entrambi. La macchina riuscì a girarsi ma l’asfalto era ricoperto di ghiaia bagnata e l’automobile slittò di lato. Raffaele affondò il piede nel pedale del freno ma l’auto non rallentava. Le ruote erano ferme ma sciovolavano sul terreno senza ridurre velocità. D’improvviso un rumore fortissimo. Il ragazzo ebbe soltanto il tempo di vedere avvicinarsi un grosso cancello in ferro. La testa batté sul volante e perse i sensi.

Quando riprese conoscenza la pioggia era finita. Ci mise qualche secondo per capire dove fosse, poi quando ricordò l’accaduto ebbe un sobbalzo. Uscì di colpo dall’auto per controllare i danni. Si rese conto di non essere più in mezzo alla strada. La macchina aveva sfondato un enorme cancello ed era entrato all’interno di una proprietà privata. Si avvicinò al cancello per cercare una spiegazione a quanto era accaduto. Era grande e arrugginito ed era chiuso con una catena di ferro tenuta insieme da un lucchetto. L’auto doveva andare ad una velocità folle per riuscire a rompere il lucchetto e spalancare il grande cancello. Maledì quella pioggia per averlo catapultato in quella situazione. Ritornò vicino alla macchina per accertarsi dei danni. La parte anteriore era irriconoscibile e le ruote erano uscite fuori dall’asse. Non sarebbe mai riuscito a tirarla fuori di lì da solo, doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.

Alzò gli occhi e si rese conto di trovarsi un luogo del tutto inospitale. In quel momento realizzò che quella era un una delle raffinerie ormai chiuse di quella zona. Quando in passato percorreva quelle strade aveva sempre notato quelle vecchie fabbriche ormai in disuso da decenni. Si trattava delle raffinerie di petrolio che in passato lavoravano ininterrottamente per produrre carburante per i marchi più importanti. Ma quello era un ricordo lontano, ora erano luoghi deserti e spettrali. Difficilmente avrebbe trovato qualcuno in quel posto. O forse no. Forse qualcuno della sicurezza sarebbe passato di lì a controllare, o magari qualcuno vedendo il cancello rotto avrebbe chiamato la polizia. Tanti forse, lui però doveva trovare un rimedio e alla svelta. Erano già le quattro di notte e la stanchezza stava facendo effetto.

Decise di ritornare in auto per cercare il suo smartphone. Avrebbe avvisato qualcuno, tra l’altro nella sua RCA aveva anche un servizio di soccorso stradale gratuito, perché non provare per la prima volta? Rientrò e si mise a cercare. Non riusciva a trovarlo. Era buio e non era possibile nemmeno accendere la luce all’interno dell’abitacolo. L’auto era fuori uso. Si piegò in avanti per controllare sotto i sedili anteriori ma non vedeva nulla. Prese a controllare il lato posteriore quando sentì un rumore strano dall’esterno. All’inizio non ci fece caso poi all’improvviso quel suono divenne più forte. Era un ringhio. Si alzò e vide fuori dall’auto due rottweiler che si avvicinavano ringhiando. Chiuse la portiera prima che fossero vicini. Il rumore li fece arrabbiare e iniziarono ad abbaiare forte.

Raffaele era in trappola. Non poteva uscire e non sapeva come contattare qualcuno. Era un incubo e tutto per colpa di quella dannata pioggia. Provò a premere il clacson per allontanarli ma sortì l’effetto contrario. Ad ogni colpo di clacson i cani abbaiavano più forte contro di lui. Riusciva a vedere la bava che usciva dai loro musi e l’espressione furiosa nei loro occhi.

Smise di strombazzare e cominciò a pregare che qualcuno venisse a salvarlo. I due cani saltarono sul cofano e si avvicinarono al vetro. Guardavano nella direzione di Raffaele, anzi, guardavano proprio lui. Presero a mordere i tergicristalli rompendolo in poco tempo. Poi lo fissavano di nuovo e continuavano a ringhiare. Il messaggio era chiaro, se usciva dall’auto avrebbe fatto la stessa fine, lo avrebbero preso a morsi fino a strappargli la carne dalle ossa. Raffaele rabbrividì al solo pensiero. Non gli restava che sperare in un intervento divino, si mise più comodo sul sedile e chiuse gli occhi.

Quando li riaprì erano passati solo una ventina di minuti. Si guardò intorno e vide con gioia che i rottweiler non erano più sull’auto. Continuava a girarsi ma non li vedeva intorno. Forse si erano allontanati? Sarebbe stata la sua salvezza. Decise di uscire dall’auto per ritornare in strada, con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche altra macchina ed avrebbe chiesto aiuto ora che non pioveva più. Scese dall’auto e senza far rumore girò per raggiungere il cancello d’entrata ma appena lo vide la speranza morì sul colpo. Accanto al cancello c’erano appostati i due cani. Come due leoni a guardia di un portale i due rottweiler erano distesi a controllare l’ingresso di quel luogo. Per Raffaele non c’era via di scampo, non poteva uscire da quel posto. Se avesse cercato di correre fuori i due cani sarebbero stati più veloci e lo avrebbero azzannato e ritornare in auto non era più una soluzione.

Stava decidendo cosa fare quando uno dei due cani alzò la testa e rizzò le orecchie, poi si girò nella sua direzione. Lo aveva visto, quella belva si era accorta di lui e si era alzata sulle quattro zampe. Anche l’altro fece altrettanto, entrambi i cani mostravano i denti in un ringhio diabolico. Raffaele non aveva tempo per pensare a come uscire da quella situazione, si girò dando le spalle alle due belve e cominciò a correre. Non sapeva dove stesse andando ma doveva solo trovare un riparo da loro. Li sentiva abbaiare dietro di lui e sapeva che si stavano avvicinando. Aveva solo un’ancora di salvezza. Davanti a lui c’era l’ingresso di uno degli edifici. La porta era chiusa, pregò con tutte le sue forze che non lo fosse a chiave. Arrivò sbattendo sulla porta, afferrò la maniglia e la abbassò. Con gioia vide che la porta si apriva, subito la spalancò, entrò all’interno e la richiuse. Appena fatto sentì il tonfo dei cani che si stagliavano sulla stessa. Erano sbattuti sulla porta e continuavano ad abbaiare. Erano stati giocati e volevano la loro preda a tutti i costi. Raffaele teneva ferma la porta dall’interno poi si rese conto che c’era una serratura per chiuderla definitivamente. Girò la manopola fino a sentire un click e solo allora si sentì al sicuro. Al sicuro dai cani, certo, ma era comunque in trappola. Non poteva uscire e lì dentro era tutto buio. Con la mano che fendeva il buio cercò un interruttore finché lo trovò. Lo abbassò pensando che fosse un idiota a credere che potesse funzionare. Con grande stupore vide che le luci si accesero. C’era ancora corrente in quel posto quindi, forse non era del tutto abbandonato.

La luce illuminava l’ingresso di quell’edificio. C’era un tavolo con dei quaderni ed un telefono. Raffaele prese la cornetta e la appoggiò all’orecchio. Nessun rumore dall’altro lato. Sarebbe stato troppo fortunato se quel telefono avesse funzionato. Lo abbassò pensando a cosa potesse fare. Anche se impaurito e con ancora nelle orecchie i latrati delle due bestie, era sempre più curioso di quel posto. Non si era mai trovato all’interno di una raffineria, non sapeva cosa poteva trovarvi all’interno. Prese il quaderno sul tavolo e lo sfogliò. C’erano date e numeri. Tante cifre con calcoli assurdi. Su qualche pagina c’erano anche delle parole ma non sembrava conoscerle. Erano lettere strane, forse scarabocchi di qualche impiegato che non sapeva come ingannare il tempo. Lo riposò sul tavolo e andò in giro a scoprire di più su quel posto.

C’erano degli schedari ordinati per data, provò ad aprirli ma erano chiusi a chiave. Decise di cambiare stanza. Dall’ingresso si ritrovò in un’altra stanza, vuota se non per una doccia posta su un angolo. Forse serviva agli operai che lavoravano lì dentro in passato. Un’altra porta, la attraversò e dopo un lungo corridoio arrivò a quella che sembrava una sala comandi. C’era una console collegata a dei monitor accesi. Le immagini che erano proiettate non erano per nulla chiare, erano dei vecchi monitor a tubo monocromatici. Raffaele si avvicinò per vedere meglio. Le immagini erano disturbate, probabilmente quella vecchia tecnologia dava problemi. Pensò che si trattasse di telecamere di sicurezza per i vari reparti. Quello svolto in quegli edifici doveva essere un lavoro di precisione e molto pericoloso. Sicuramente in giro c’erano sostanze infiammabili ovunque e bisognava sorvegliare ogni stanza. Qualche schermo proiettava le immagini di corridoi vuoti, altre di stanze chiuse.

Sulla console era presente una cornetta, forse un sistema di comunicazione per la fabbrica. Lo alzò, magari era fortunato e in quella struttura c’era ancora qualche guardia notturna in giro.

-Qualcuno mi sente? Mi sentite?

Nessuna risposta.

-Sono all’interno dell’edificio, nella sala comandi. C’è qualcuno che può aiutarmi ad uscire di qui? Fuori ci sono dei cani rabbiosi che non mi permettono di uscire.

Dalla cornetta solo un piccolo ronzio. Ormai era certo di essere l’unico in quella fabbrica abbandonata. Era spacciato, non sapeva proprio cosa fare. Era nervoso e cominciò a premere tutti i pulsanti sulla console. La pulsantiera si illuminava quando premeva i tasti a caso. All’improvviso la sequenza fece illuminare un pulsante rosso sul lato destro.

“Che c’è di male a premere un pulsante in più? Proviamo”

Pensò. Lo tenne premuto ma non successe niente. Guardò di nuovo lo schermo e quello che vide gli fece pensare che quella non era stata proprio l’idea più furba che gli era saltata in mente.

Una delle telecamere riprendeva l’interno di una stanza. La luce sopra la porta prese a lampeggiare e la porta si aprì del tutto. Forse era stato quel pulsante ad attivare la porta. Fin qui tutto normale. Poco dopo dal monitor Raffaele vide un’ombra che strisciava fino alla porta per poi uscire dalla stanza. quando realizzo quello che aveva fatto, iniziò a tremare di paura. Quelle sale chiuse erano celle di detenzione che contenevano qualcosa. Giusto, qualcosa. Quella che aveva visto non era una forma umana o animale, e ora era uscito da quella stanza e si trovava in libertà.

Dal monitor vedeva quell’ombra scura passare davanti alle telecamere piazzate nell’edificio. Non aveva idea di dove fossero posizionate, se quella cosa stesse uscendo o stesse andando da lui, ma non poteva restarsene lì ad aspettare. Uscì dalla sala comandi e percorse il corridoio. Non aveva senso uscire dalla raffineria, c’erano ancora i cani ad aspettarlo. Aprì una porta di servizio che dava accesso alle scale. Stava pensando cosa fare quando dal fondo della tromba di scale sentì un suono. Era il rumore di sedie che si rovesciano, acciaio che cade a terra. Qualcuno stava mettendo sotto sopra qualche sala nei piani inferiori. E poi, sentì quel verso.

Era un verso di animale ma Raffaele era sicuro di non aver sentito mai qualcosa del genere. L’urlo di un predatore ma c’era qualcosa di metallico. Echeggiava in tutto quello spazio e preannunciava una caccia che era appena iniziata. Il ragazzo non aveva alternative se non quella di salire la rampa di scale. Magari in cima sarebbe stato al sicuro o avrebbe trovato qualcosa di utile. Salì due gradini alla volta per distanziarsi da quel suono che sentiva avvicinarsi. Ogni tanto buttava l’occhio dalle scale ma quello che vedeva non aveva senso. Sembravano tentacoli quelli che fuoriuscivano dal passamano.

Senza indugiare chiuse gli occhi e continuò a salire. Non sapeva più quanti piani aveva superato, prima di arrivare in cima però si fiondò all’interno di una porta. Si accorse dall’interno però che non era possibile chiuderla a chiave quindi continuò a correre per le stanze semivuote. Alla fine arrivò ad un vicolo cieco. Davanti a lui c’era una porta chiusa con accanto un tastierino numerico per aprirla. Nella disperazione provò qualche combinazione di numeri ma l’esito fu sempre negativo. Intanto da lontano sentiva il rumore della porta di ingresso che si apriva e quel verso che si avvicinava lentamente. Si guardò intorno in cerca di un oggetto che potesse servirgli ma c’era poca roba. Aprì una cassettiera e frugò all’interno, solo fogli. Un altro cassetto, vuoto. L’ultimo invece conteneva qualcosa che faceva al caso suo. C’erano delle pistole spara razzi. Non era un’arma ma poteva servirsene per accecare quell’animale, o qualunque cosa fosse. Si sedette a terra ancora terrorizzato. Non riusciva ancora a pensare di trovarsi in una classica scena da action movie. La mano tremava mentre direzionava la pistola verso la porta da cui era entrato. La bestia dall’altro lato non emetteva più il suo grido di caccia, ma si sentiva indissolubile il rantolo del suo respiro. La porta finalmente si aprì.

Quella che vide davanti ai suoi occhi era qualcosa di difficile da descrivere.

Prima vide la testa. Il muso era lungo, gli sembrava quello di un coccodrillo. La mascella era leggermente aperta e dai denti scendeva una bava vischiosa. Non riusciva a vedere gli occhi, forse quella strana creatura ne era sprovvista. Il dorso era coperto di squame e le zampe anteriori poggiavano a terra mentre camminava lentamente sul pavimento. Aveva l’aria di un rettile, finché non vide la parte inferiore del suo corpo. Aveva dei tentacoli. Tentacoli strani, non come quelli di un polpo o una piovra. Erano anch’essi ricoperti di squame e nella parte terminale avevano dei lunghi artigli. Raffaele era terrorizzato, quello che aveva davanti a lui era il mostro peggiore che fosse uscito dai suoi incubi. Non aveva occhi ma lo stava guardando, sentiva che lo percepiva e ne era terrorizzato. Poi aprì la bocca ed emise di nuovo quel verso terrificante. Raffaele si destò da quell’incubo e premette il grilletto. Dalla grossa pistola partì una scia infuocata che andò incontro alla bestia. Lo colpì in pieno, il razzo andò ad infrangersi sotto al suo palato. L’animale cadde all’indietro nell’impatto mentre una pioggia di scintille cadde intorno. Alcuni fogli presero fuoco facendo scattare l’allarme antincendio. Per il ragazzo fu una speranza inattesa.

Gli idranti sul soffitto si attivarono all’istante mentre una luce rossa cominciò a lampeggiare ad intermittenza. Tutte le porte bloccate si aprirono nello stesso momento, probabilmente in caso di pericolo c’era un protocollo di sicurezza che lo prevedeva. Prima che il mostro si rialzasse Raffaele ne approfittò attraversare la porta ormai aperta. Non era possibile richiuderla quindi l’unica alternativa era correre, correre fino ad arrivare in un luogo sicuro. Magari all’aperto sarebbe stato possibile sparare un razzo in cielo.

Così fece, cominciò a correre verso l’ignoto. Quando attraversò l’ultima porta dovette fermarsi di colpo. Davanti a lui c’era un grande vuoto, la bocca di una cisterna vuota. Era enorme, lui si trovava nella parte più alta e da lì si poteva solo scendere attraverso una rampa di scale in ferro. Era spacciato, non poteva arrampicarsi e decidere di scendere sarebbe stata la scelta peggiore. Direzionò in alto lo spara razzi facendo partire un altro colpo. Vide la scia luminosa effettuare una traiettoria. Così come per quella scia, anche la speranza in un aiuto provvidenziale cominciava a scendere. Abbassò le braccia in segno di sconforto. Sentiva l’urlo della bestia sempre più furioso.

Ad un tratto sentì un rumore sempre più assordante venire dall’esterno. Dalla bocca della cisterna vide un elicottero. Aveva un faro davanti che proprio in quel momento lo stava illuminando. Eccola, la provvidenza. Subito Raffaele iniziò a sbracciarsi e urlare a squarciagola per farsi vedere. Chiunque stesse pilotando quell’elicottero doveva averlo già notato ma stranamente ancora nessuna scaletta era stata lanciata dal portello. All’improvviso sentì un sibilo, poi un rumore metallico vicino al suo orecchio. Poi un altro sibilo ma a quel punto sentì un dolore forte all’altezza della fronte. Si toccò, la mano era ricoperta di sangue. Lo stavano colpendo? Dall’elicottero qualcuno gli stava sparando? Si sentì sconfitto. Si inginocchiò senza più alcuna speranza. Davanti a lui il mostro lo aveva raggiunto e si abbassava su di lui con le fauci spalancate. L’ultimo colpo partito dall’elicottero prese in pieno la testa di Raffaele che esplose al contatto. L’unica consolazione fu quella di essere già morto mentre la belva divorava il suo corpo.

Il giorno successivo due guardie scelte osservavano il cancello spalancato della raffineria. Si avvicinarono due rottweiler, li riconobbero e si misero in posizione seduta. Una delle guardie li accarezzò mentre parlava con il collega.

-Ti hanno già spiegato cosa è successo?

-Si ho parlato con i russi prima. Non pensano sia stato premeditato, la macchina è intestata ad un ragazzo incensurato. Forse un incidente, si è trovato in mezzo ad una situazione più grande di lui

-Lo hanno trovato?

-Chi, il ragazzo? Impossibile. Lo hanno visto ieri sera dall’elicottero poi nulla. Non mi hanno detto nient’altro

-Già. Noi non domandiamo, eseguiamo e basta

-Esatto. Dobbiamo far scomparire la macchina, chiami tu in centrale appena hai finito di fare l’amore con i cani?

-Faccio subito non ti preoccupare

-Ok. Vado ad avvisarli che è tutto sotto controllo

-Quindi non è successo niente, giusto?

-Corretto. Assolutamente niente

5 Novembre 2018

Alfonso si presentò ai cancelli del cimitero di Fuorigrotta in perfetto orario anche quella mattina. In tanti anni di onorato servizio per il comune di Napoli era sempre stato impeccabile. Mai un minuto dopo l’orario previsto, sempre puntuale e pieno di voglia di lavorare. Sì, perché per Alfonso, il netturbino addetto alla pulizia del cimitero, quello non era un luogo di lavoro. Quella era la sua famiglia. Esatto, non la sua seconda famiglia ma proprio la sua famiglia. Questo perché all’età di 63 anni suonati non aveva più genitori, non si era mai sposato e non aveva figli. Era figlio unico, originario proprio del quartiere Fuorigrotta, ‘a Loggett per quelli del posto. Da giovane aveva provato tutti i mestieri. Aiuto parrucchiere, garzone di bar, operaio in una fabbrica di Bagnoli, per un periodo aveva persino gestito un chiosco di bibite al centro. A scuola ci andava senza voglia, ma fuori dall’aula era instancabile. Poi vent’anni prima riuscì ad essere assunto da un ente che riforniva il comune dei servizi di utilità. Dopo aver lavorato in strada come netturbino gli fu assegnato il compito di tenere in ordine il cimitero di Fuorigrotta. Fu subito contento dall’inizio, anche perché così ogni giorno poteva andare a trovare i suoi poveri genitori che nel frattempo si erano trasferiti in maniera stabile proprio lì. Seconda fila di lapidi a destra, terza nicchia partendo dal basso.

A casa non aveva più nessuno, anzi, la casa dei propri genitori per lui era troppo grande. Punti di vista, quei 60 metri quadri potevano andare stretti a chiunque, ma lui non aveva nessuno con cui dividere il proprio spazio.

Proprio al cimitero aveva conosciuto il suo migliore amico, un giorno di Marzo mentre pioveva a dirotto. Lui aveva trovato riparo dentro uno degli edifici del cimitero mentre guardava i visitatori che fuggivano verso l’uscita imprecando contro i loro ombrelli rotti dal vento. Sorrideva pensando a quelle persone che si disperavano proprio lì dove i loro cari gli ricordavano che erano loro a doversi lamentare. Nella confusione più totale vide intrufolarsi indisturbato un insolito personaggio all’interno del cimitero. Un piccolo pastore tedesco tutto fradicio in cerca di riparo. Era spaventato, probabilmente il rumore dei tuoni lo aveva fatto allontanare da casa e l’istinto lo aveva portato lì. Ma aveva una casa? E se fosse stato solo un randagio malato e pericoloso. Lo chiamò con un fischio, il cane rizzò le orecchie e gli si avvicinò. Fu amore a prima vista, il cucciolo riconobbe negli occhi di Alfonso una luce che gli proiettava gioia. Alfonso vide nello sguardo impaurito del cucciolo una ragione per cui vivere. Da quel giorno non si sarebbero più allontanati. Ogni giorno il cane lo accompagnava al cancello per salutarlo e si faceva ritrovare puntuale per la fine del turno. Decise di dargli un nome. Diego. E piaceva ad entrambi, non serve specificare perché.

Parlavano, e anche tanto. Alfonso si confidava con lui. Tutte le sue paure, le sue insicurezze. Il suo male altalenante. Ogni volta si apriva ed ogni volta era sicuro di trovare negli occhi dell’animale uno sguardo riconoscente. Non era pietà, quella potevano provarla gli esseri umani. Diego lo capiva realmente. Capiva il suo disagio e gli era vicino senza prendere a schiaffi la sua dignità, come a volte facevano le persone.

Ma Diego non era l’unico amico di Alfonso. Con il passare degli anni aveva imparato a memoria nomi e cognomi dei clienti di quell’albergo eterno. Li chiamava per nome, ad alcuni di loro aveva dato anche un diminutivo di confidenza. Conosceva le abitudini dei parenti che venivano a fargli visita. Sapeva quali fiori venivano posati sulle loro lapidi, conosceva gli orari di visita dei figli, nipoti e amici. Sapeva quali erano quelli più sfortunati, quelli che non avevano nessuno in vita che li ricordasse. Quelli erano i suoi preferiti, non mancava mai di far trovare anche un solo fiore nei loro vasi. Le sue preghiere avrebbero accompagnato tutti nella strada verso l’aldilà. D’altronde erano anche loro parte della sua famiglia, e in famiglia nessuno viene lasciato solo.

Nelle abitudini della sua giornata c’erano tutti, nobili, operai, giovani, vecchi, uomini, donne. Passava per i viali del cimitero rastrellando le foglie e salutava tutti come un impiegato saluta l’ufficio la mattina appena arriva al lavoro. Di molti di loro non conosceva solo il volto ma anche cosa facevano da vivi. Nel suo immaginario anche ora stavano facendo proprio quello che facevano prima di trapassare.

C’era Vincenzo Scapece, contadino, morto di infarto a 54 anni. Poi c’era Anna Iannace, vedova De Nicola. casalinga. Non era seppellita insieme al marito perché le rispettive famiglie d’origine erano in guerra, e volevano che questa guerra continuasse anche dopo la morte. C’era Luigi, detto Giggino, il tempo per lui si era fermato a 11 anni. Se lo immaginava sempre sorridente come nella foto sulla pietra. C’erano anche signori di famiglia benestante, anche se quelli erano nelle nicchie private. Qualche barone, un conte, se li immaginava che discutevano tra loro di politica o di proprietà terrene. Una grande eterogenea famiglia.

E proprio quel giorno, si sa, era un giorno speciale.

Era il giorno dedicato ai suoi amici. Quella mattina sarebbero arrivati fiumi di persone a visitare i propri cari. Chi per salutarli una volta in più, chi magari quasi costretto da quella ricorrenza a compiere il proprio dovere per quell’unica settimana all’anno. La settimana del 2 Novembre infatti Alfonso era solito recarsi al cimitero ben prima degli altri giorni. Aprì il cancello e si fece il segno della croce. Strano, quel mattino Diego non c’era fuori ad aspettarlo ma si diede un’unica spiegazione. Stava diventando anziano, magari stava ancora riposando dato che non era ancora l’alba.

Cominciò a ripulire dal viale a sinistra. Prese il rastrello e cominciò a raccogliere le foglie secche in cumuli ai bordi del viale, per poi alzarli aiutato da una grossa paletta. Camminava e salutava.

“Buongiorno signor Ascione”

“We, Nicola, come va? Riposato bene oggi?”

“Signora Maria, i miei ossequi. Sempre più bella”

Si divertiva, un piccolo rito che compieva per esorcizzare la serietà della morte. Stava per concludere il primo vialetto quando sentì una voce alle sue spalle.

-Ma, dico, avete salutato tutti tranne che me

Si girò lentamente senza aver paura. Si ritrovò davanti un signore di mezza età, il viso era conosciuto ma non riusciva a capire dove l’avesse visto prima di allora. Forse era solo stanco, si era svegliato prestissimo quel giorno.

-Alfonso, sono Giovanni, Giovanni De Nicola

Alfonso riconobbe finalmente quel volto. Anche perché fino a quel giorno aveva visto solo quella parte del suo corpo.

-We, Giovanni! Scusa, non ti avevo riconosciuto. Non ti ho salutato? Scusami tanto

-Ma quali scuse, nun t preoccupà. Così presto sei arrivato stamattina? Non avevi sonno?

-No, Giovà, oggi è il 5 Novembre. Ci sarà il pienone stamattina e tutto deve essere pronto e pulito

Semp a faticà tu! Non ti riposi mai. Dai posa la scopa, viene che andiamo a trovare Mario

Gli tolse da mano la scopa di fascine e lo prese per un braccio dirigendosi verso una tomba.

-Mario, indovina chi ci sta a quest’ora. E’ Alfonso, vieni che ti vuole salutare

Seduto vicino alla tomba c’era un vecchietto, in vita si chiamava Mario Beccaccia. Appena si alzò e vide Alfonso prese ad abbracciarlo calorosamente.

-Alfonso carissimo. Non me lo dire, stai mettendo tutto in ordine per i nostri cari parenti viventi. Sempre una brava persona, non so come ringraziarti

Alfonso era entusiasta, si ricordavano di lui. I suoi amici più intimi gli stavano parlando come se lo conoscessero da sempre. Era troppo felice per pensare che c’era qualcosa di strano in quella situazione.

-Ma Mario, dovere e piacere mio. Se non ci si aiuta tra amici

In quel momento si avvicinò un ragazzo sopra i dieci anni.

-Alfonso, e a me non dici niente? Come stai?

Era il piccolo Giggino, con un sorriso ancora più bello e radioso rispetto a quello della foto.

-Giggì!

Non poté trattenersi dal prenderlo in braccio. Lo fece sorridere ancora di più. Non sapeva cosa dire, per questo disse la prima cosa che gli venne in mente.

-Ma gli altri? Sono tutti qui? I nobili dove sono?

-Stamattina sono fuori alla cappella De Loris, sempre a parlare quei quattro

Si avvicinarono alla cappella e videro quattro figure seriose che discutevano ad alta voce.

-Ma vi dico che non è possibile. Come si fa a quotare un pezzo di terra per così poco

-E’ proprio come vi ho detto, rischiavamo di andare in rovina

La voce del ragazzino ruppe il discorso

-Ma di che parlare sempre voi lì? Venite qui e fate le persone educate, salutate il nostro amico Alfonso

Si girarono rabbiosamente verso Luigi, ma appena videro Alfonso i loro volti si distesero in un largo sorriso.

-Messer Alfonso, quale onore. La Vostra compagnia ci allieta in questa mattinata grigia

-Troppo buoni, il piacere è mio. Sono onorato di fare finalmente la vostra conoscenza

-Ma non ditelo nemmeno per scherzo. Siamo noi che siamo onorati della vostra presenza. Siete un animo gentile signor Alfonso. Solo voi potete amarci tutti allo stesso modo. un pensiero, una preghiera, un fiore per tutti. Siete l’angelo custode di questo luogo

Una piccola lacrima scese lungo una ruga del viso di Alfonso. Aveva appena ricevuto la più grande onorificenza che potesse desiderare. Nel giro di poco tempo fu circondato di persone. Tutti i suoi più intimi amici lo circondavano e lo ringraziavano del tempo che aveva dedicato loro. Era sempre più felice. All’improvviso la folla si aprì silenziosamente, due figure indistinte si avvicinarono al netturbino mentre questo scambiava convenevoli sorridenti con i presenti.

-Affò, ma ch’ c fai ccà?

La voce era inconfondibile, era quella del suo anziano padre.

-Papà! Che sto facendo? Sto lavorando. Metto a posto

Rimasero a guardarsi nel silenzio generale, sotto gli occhi tristi della madre.

Vien ccà, fatt rà nu vas

Il padre lo abbracciò violentemente. Si unì anche la madre. Nel silenzio irreale riuscivano a distinguersi chiaramente i pianti di commozione dei tre. Tutti i presenti presero a commuoversi. Se fossero stati vivi avrebbero avuto la pelle d’oca.

I tre si staccarono non smettendo mai di incrociare i loro sguardi.

-Vieni, vieni con noi. Va tutto bene

Si allontanarono lentamente verso un edificio del cimitero. La folla si diradò, ognuno riprese a continuare le proprie faccende. Il sole timidamente si stava appena alzando in cielo.

Erano state un gruppo di persone a chiamare la polizia quella mattina. L’orario di apertura del cimitero era già passato da mezz’ora ma i cancelli erano ancora chiusi. Un funzionario del comune arrivò correndo con un duplicato delle chiavi per aprire il cancello scusandosi con i presenti. Solo dopo qualche minuto gli agenti trovarono il corpo di Alfonso steso a terra. Sicuramente un infarto, non c’erano dubbi. In lontananza di sentiva chiaramente un ululato triste.

29 Ottobre 2010

Un’altra notte, un altro bar. Uno dei tanti, non importa quale. Anzi, solo una regola magari, mai troppo affollato. Meglio non dare nell’occhio. Magari meglio ancora se in un quartiere diverso ogni volta. L’importante è sedersi al bancone ed ordinare subito qualcosa di forte. Niente cocktail, solo puro alcol in bicchiere di vetro senza ghiaccio.

Forse dopo i primi cinque o sei bicchieri qualche barista farà la faccia strana, forse uno spirito nascosto da boy scout lo farà tentennare a servire l’ennesimo drink, ma alla fine sanno tutti come va a finire. Il cliente aprirà il portafogli e farà vedere quei pezzi di carta stampata colorati che aprono tutte le porte e a quel punto il boy scout sparisce e lascia il posto all’uomo con il simbolo dei dollari negli occhi.

Conosceva bene i suoi polli, sapeva come ottenere quello che voleva, ed era sempre lo stesso. Qualcosa che lo facesse sballare, che gli intorpidisse la mente. Da fuori non si sarebbe detto, ma poi sapeva bene quando era il momento di smettere. Sapeva quando arrivava al punto giusto, quello in cui la mente finalmente si distacca dalla realtà e vive in un confuso mondo di sogni e illusioni. Perché lui, Marcello, lo sa bene che a volte bisogna fuggire dalla realtà e nascondersi nel mondo dei sogni. A volte vale la pena vivere in un incubo piuttosto che nel mondo reale.

Quella notte non faceva eccezione, l’uomo solitario vagava tra le vie del centro alla ricerca di un nuovo bar. Si muoveva con passo felpato come una preda che controlla il suo territorio di caccia. Passò davanti ad un paio di locali che già conosceva. Tirò dritto continuando la sua ricerca. Si avvicinò ad un nuovo bar ma quando aprì la porta venne letteralmente inondato dal volume altissimo di una musica elettronica. Non era di quello che aveva bisogno. Voleva solo un posto dove sedersi e bere, anche se non un posto silenzioso ma magari solo un po’ di musica di sottofondo. Quella bolgia era troppo anche per lui, richiuse la porta e continuò a camminare.

I minuti passavano, controllava l’orologio in continuazione mentre l’ansia saliva. Doveva trovare un riparo, non poteva far passare troppo tempo. Forse era meglio tornare indietro e ritornare in un bar già visitato in precedenza? O forse doveva dare una speranza a quel buco chiassoso? Camminava senza nemmeno più guardare agli angoli della strada. Una strana sensazione di paura stava per prendere il sopravvento. Alzò la mano destra e la guardò con attenzione, stava tremando. Un quasi impercettibile movimento delle dita, ma lui le sentiva benissimo muoversi. Forse era solo paranoia, o forse stava per andare in crisi di astinenza. Non sapeva ancora cosa fosse ma iniziava a preoccuparsi seriamente.

Percorse qualche metro guardando il pavimento lastricato di pietra lavica. Non si curava neanche delle persone contro cui sbatteva mentre imprecava sottovoce. Si appoggiò ad una porta senza maniglia che si aprì sotto il suo peso. Entrò all’interno senza nemmeno capire dove. Fece qualche passo respirando a fatica, poi sentì qualcosa e sgranò gli occhi.

Era musica, musica dolce da lounge bar. Le note lo rilassarono ed ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Intorno a lui vide dei divanetti e dei tavoli apparecchiati. Davanti c’era un grosso bancone in vetro dietro il quale una ragazza stava pulendo dei bicchieri. La luce era soffusa per rendere l’ambiente più confortevole. Ora era sicuro, era dove doveva essere. Un bar che non ricordava.

Riprese a respirare a grandi boccate mentre i muscoli si rilassavano. Chiuse gli occhi, li riaprì, il bar c’era ancora. Non era un sogno quindi.

Si avvicinò al bancone guardandosi intorno mentre controllava i volti dei clienti. Non voleva assolutamente attirare l’attenzione, fuggiva dagli sguardi dei visi sconosciuti. Arrivò allo sgabello davanti al bancone e con il manico della camicia si asciugò la fronte bagnata di sudore.

-Cosa desidera?

Marcello era sovrappensiero quando la voce femminile gli parlò. Alzò la testa ed il suo sguardo incontrò due bellissimi occhi azzurri contornati da una linea nera. Mise a fuoco il resto del viso, la ragazza lo guardava con un’espressione dura ma interessata. La bocca coperta da un rossetto nero era chiusa in una mossa interrogativa e creava un delizioso contrasto con i capelli biondissimi. Un dettaglio particolare, un piccolo tatuaggio a forma di cuore sul collo. Passarono diversi secondi di silenzio prima che la ragazza ripeté la stessa domanda.

-Cosa desidera? Vuole un menu?

-No… no, grazie. Un bicchiere di Vodka. Liscio

La barista si girò e prese la bottiglia di Vodka sullo scaffale, versò in un bicchiere e lo porse a Marcello. Lui ringraziò timidamente poi prese con forza il bicchiere dal bancone e lo svuotò tutto d’un fiato. Posò il bicchiere sul vetro e chiuse gli occhi. La sensazione che gli dava l’alcol era difficile da descrivere. Sentiva il sapore del liquido che gli scendeva nella gola mentre i nervi si allentavano e un leggero senso di intorpidimento lo avvolgeva.

Riaprì gli occhi e guardò di nuovo la barista.

-Un altro. Doppio

La ragazza alzò un sopracciglio. Non le era mai capitato un cliente così esigente. Era seduto da pochi minuti e già aveva ordinato un quantitativo di roba che lei non sarebbe stata in grado di reggere.

Senza ribattere gli versò un altro bicchiere e glielo porse. Come per il primo, glielo strappò quasi dalle mani e bevve con avidità. Appena finito si alzò di corsa e si avviò verso il bagno seguendo le indicazioni sul muro. La barista rimase allibita per qualche secondo prima di voltarsi e continuare a lavare i calici.

Marcello entrò nel bagno sbattendo la porta. Rimase stupito dalla pulizia di quel posto. Doveva essere un bar completamente nuovo per avere ancora tutto intatto. Entrò in una delle porte interne e prese ad urinare. Mentre lo faceva chiudeva e gli occhi e assaporava il momento, sembrava che qualcuno lo stesse dondolando dolcemente. Si immaginò di essere su una zattera in mezzo al mare mentre le forze lo abbandonavano e un raggio di sole gli illuminava il viso. Quella visione mistica però durò poco.

Riaprì subito gli occhi sentendo un forte rumore alle sue spalle. Si sistemò velocemente ed aprì la porta del bagno. Rimase immobile e in silenzio per percepire ogni minimo rumore.

Niente, era sparito.

Si mosse lentamente in più direzioni per controllare meglio ma non c’era nessuno. Tirò un sospiro di sollievo e si accostò al lavandino. Prese il sapone e cominciò a strofinarsi le mani sotto un getto d’acqua gelida. Stava godendo il momento di pace quando per due volte la luce si spense per pochi attimi. Alzò lo sguardo e vide il suo viso nello specchio-. Non era la sua serata migliore e lo notava osservando il volto scavato davanti a lui. A vederlo da fuori chiunque lo avrebbe evitato.

Fu in quel preciso istante che vide qualcosa. Un singolo fotogramma proprio nel momento in cui la luce si accese prima di spegnersi nuovamente. Quello che vide era un volto sconosciuto proprio accanto al suo. Ebbe un sussulto, sentì un calore improvviso mentre il cuore iniziava a battere velocemente. Quando la luce si accese di nuovo nello specchio c’era solo lui, ma ormai era in preda allo spavento più cupo.

Si asciugò velocemente le mani sui pantaloni ed uscì a passo spedito fuori dal bagno. Passò davanti al bancone e prese posto sullo stesso sgabello di prima. Mentre i pensieri confusi viaggiavano nella mente vide un bigliettino spuntare sul bancone proprio sotto il suo naso. Alzò lo sguardo ed incrociò di nuovo i bellissimi occhi della barista, stavolta però l’espressione era dura.

-Prego, questo è suo

-Cosa?

-Il conto di quello che ha preso

Marcello passò in pochi attimi dallo stupore alla rabbia, complice anche lo stato di agitazione della visione precedente. Prese lo scontrino dal bancone e lo strappò in piccoli pezzi.

-Chi ti ha detto che abbia finito di ordinare? Ritorna al tuo posto e servimi un altro bicchiere della roba più pesante che hai. E senza ghiaccio!

Senza rendersene conto aveva alzato la voce attirando l’attenzione di alcuni presenti. La barista non sapendo cosa fare si girò e prese un’altra bottiglia da uno scaffale e iniziando a riempire il bicchiere. Nessuno si accorse di come tremava mentre porgeva il bicchiere di vetro al cliente che si era seduto nuovamente sullo sgabello.

Senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza, Marcello prese il bicchiere e lo svuotò con un solo sorso. Era ancora rosso dalla rabbia quando lo posò sul bancone. Non riuscì a controllarsi, l’impatto fu così forte che la lastra di vetro si incrinò. La barista era già abbastanza scioccata, quando vide i pezzi di vetro saltare via, emise sonoramente un grido di terrore. Subito dopo si portò le mani alla bocca, rendendosi conto ormai che tutti guardavano nella sua direzione.

-Cos’è? Ti sei spaventata per un po’ di vetro rotto? Tieni, compralo nuovo. Vedi qui dentro quanti soldi ci sono? Se continuo a pagare tu devi continuare a servirmi da bere, capito?

La musica si fermò di colpo e il brusio di sottofondo divenne lentamente un silenzio imbarazzante. Una figura imponente si avvicinò a Marcello da dietro e gli toccò gentilmente la spalla.

-Signore, le chiedo di lasciare subito il locale

Marcello si girò di scatto e guardò negli occhi l’uomo. Un palestrato nero vestito da bodyguard, maglietta attillata per esaltare il fisico scolpito e occhiali scuri come il cielo all’esterno del bar.

-E tu chi sei? Vieni pagato per trattare così i clienti che pagano? Chiamami il responsabile di questo posto di merda e vediamo

-Abbassi la voce, sta disturbando gli altri clienti. Mi segua fuori in modo da chiarire la situazione

-Io non devo chiarire un bel niente. Lasciami subito o io…

Non finì di terminare la frase che in preda alla disperazione ritornò accanto al bancone e prese un bicchiere pieno di un liquido color ambra. Caricò il braccio e colpì il viso del buttafuori. Si sentì un rumore della cartilagine che si rompeva. Il ragazzo si accasciò in ginocchio tenendosi il naso tra le mani che si coloravano lentamente di rosso.

Marcello vide il bodyguard a terra e una sensazione di esaltazione gli pervase lo spirito. Alzò le braccia in segno di vittoria e guardò tutta la platea.

-Allora? Qualcun altro ha qualcosa da ridire oppure posso passare la mia serata in tranquillità?

Ormai tutti lo guardavano, davanti a lui c’erano solo espressioni piene di terrore e disgusto. Ma lui se ne fregava. Abbassò il braccio che ancora stringeva il bicchiere usato come arma e lo portò alla bocca per berne il contenuto, qualsiasi cosa fosse. Fu in quel momento che avvertì un dolore forte poco sopra la nuca. L’ultima cosa che pensò prima di tramortire a terra fu il sapore troppo dolce del drink che stava bevendo. Poi fu tutto scuro.

Prima di riaprire gli occhi, Marcello pensò di essere ancora su quella zattera in mezzo al mare che aveva visualizzato prima nel bagno del locale. Riusciva quasi a sentire sul viso il calore del sole mentre lentamente il sonno spariva. Avvertì subito un dettaglio molto importante, non c’erano onde e quindi era sparita la confortevole sensazione di dondolio che tanto gli piaceva. Una volta resosi conto di non essere dove voleva sbarrò gli occhi e si alzò di scatto.

Si girò per capire dove fosse. Era in un appartamento che non conosceva. Era su un divano, davanti a lui su un tavolino c’era del caffè mentre a terra era poggiata una bacinella azzurra.

Marcello stava facendo mente locale su quanto era accaduto, gli vennero in mente le ultime scene prima del buio. Il colpo al bodyguard, la sensazione di onnipotenza, il dolore alla testa. Con la mano destra si toccò leggermente dietro alla nuca ed avvertì una fitta leggera mentre toccava la parte indolenzita. Raccoglieva i pezzi di un puzzle che ancora non aveva tutti i tasselli quando sentì una voce alle sue spalle che non riuscì a riconoscere subito.

-Vedo che ti sei ripreso. Ti conviene stare ancora un po’ seduto sul divano. Riposati e mettiti in forze

Si girò velocemente e la vide. Capelli biondi e viso senza ombra di trucco. Senza il rossetto nero non la riconobbe subito ma bastò vedere il piccolo tatuaggio sul collo per arrivarci. Era la barista del locale in cui era andato quella sera.

Una serie infinita di domande gli riempirono la testa. Perché era lì con lui? Quale era il suo ruolo in quello che era successo? Perché ricordava che prima fosse spaventata mentre ora sembrava più sicura e tranquilla?

Marcello stava per dire qualcosa quando perse l’equilibrio e sprofondò sul divano.

-Te l’ho detto che era meglio riposarsi. Non sei ristabilito del tutto

-Tu… Tu cosa….

-Non sforzarti a parlare. Lo capisco, vuoi capire cosa è successo. Non ti preoccupare, ti prendo un bicchiere d’acqua e ti racconto tutto

Come promesso si allontanò solo qualche secondo per prendere un po’ d’acqua fresca per lui. Si avvicinò e gli porse gentilmente il bicchiere, poi si sedette sul divano di fianco a lui.

-Allora, da dove cominciamo? Ah, ecco, prima di tutto ti chiedo scusa. Ero spaventatissima quando stasera hai messo KO l’imponente Ibrahim. quando l’ho visto a terra con il naso rotto ho pensato che fossi il classico bullo che avrebbe causato solo altri guai quindi mi sono presa la briga di prendere una bottiglia di Tequila e colpirti dietro la testa. Hai perso subito i sensi ma non ci saranno conseguenze gravi, forse qualche altro mal di testa nei prossimi giorni

Appena finì quella frase, Marcello si toccò istintivamente la nuca e avvertì di nuovo il dolore.

-E’ stata una reazione affrettata ma comunque sbagliata. C’è da dire che te la sei cercata, però. Fatto sta che altri dipendenti del bar ti hanno subito preso e portato all’esterno. Ti hanno lasciato sul marciapiede di fronte, accanto a dei bidoni della spazzatura. Quando ho finito il mio turno e sono uscita dal locale eri ancora lì addormentato. Non me la sono sentita di lasciarti da solo. In fondo era anche colpa mia se eri in quello stato. Ho chiesto una mano ad altri ragazzi e ti ho caricato in macchina e portato a casa mia

-Perché? Perché lo hai fatto se prima ero stato così…

-”Stronzo”. La parola corretta è “stronzo”. Non so, forse perché prima di lasciare tutto e cambiare vita avevo cominciato gli studi di infermiera. O forse perché so bene come ci si sente ad avere a che fare con un ubriaco cronico. Anche mio fratello beveva come una spugna, quasi sempre finiva le serate all’interno di un’ambulanza diretto verso un pronto soccorso. Non mi andava di tornare a casa e fare i conti con il senso di colpa. Ti ho portato qui e ho fatto qualcosa per te

-Perdonami, hai ragione. Non devi scusarti tu, la colpa è solo mia

-Ok, allora ritiro subito le mie scuse e accetto le tue. Prendi un altro po’ di caffè, se devi vomitare ancora c’è la bacinella pulita accanto al divano

Vedendo quel bel sorriso che sbocciava sul viso della ragazza, Marcello ebbe un pensiero che non gli era mai venuto mai in mente. Pensò che anche solo per aver conosciuto una persona così gentile valesse la pena vivere senza rifugiarsi nei propri sogni o incubi. Non gli sembrava vero che qualcuno avesse fatto qualcosa per lui senza aver chiesto nulla in cambio. Si diede un pizzicotto sul braccio per controllare che fosse ancora sveglio. Lo era. Forse valeva la pena anche aprirsi con lei e confidargli i suoi segreti.

-Grazie. Grazie ancora. Devo andare ora, quanto tempo ho dormito? Sarà giorno ormai

-In realtà non molto. Ho finito il turno all’una, quando siamo arrivati qui ti sei svegliato un paio di volte ma non eri cosciente e probabilmente non te lo ricordi. Ti ho dato una mano a farti passare la sbornia. Abbiamo camminato per tutta la stanza e ti ho fatto bere litri di caffè. Se non hai ancora il classico mal di testa allora direi che stai già bene ma ti sconsiglio di andare via ora. E’ ancora buio, puoi stare qui stanotte. Riposati sul divano così appena fa giorno sarai in forze per andare. Io ora non ho sonno quindi sarò sveglia nell’altra stanza quindi vedi di non fare brutti pensieri. C’è il mio coinquilino che dovrebbe rincasare verso le cinque quindi sappi che non sarò sola

-Aspetta, aspetta. Stai dicendo che non è ancora giorno? Che ore sono?

-Le quattro e mezza passate. Ma perché ti interessa così tanto?

Marcello si alzò subito dal divano e si avvicinò ad una piccola finestra chiusa. Aprì la tenda e tirò su la tapparella. Fuori vide la città in tutto lo splendore. Un cielo nero e pieno di stelle sovrastava le vie cittadine illuminate dai lampioni gialli. Un silenzio sacro sanciva il sonno profondo in cui le persone erano sprofondate.

La ragazza si avvicinò all’uomo e gli toccò una spalla.

-Tutto bene? Ti vedo agitato, qualcosa non va? Per caso soffri di vertigini?

Marcello si girò verso di lei, il volto rilassato di prima non c’era più ed aveva lasciato posto ad un’espressione che lei aveva già visto qualche ora prima, davanti al bancone del bar.

-Non c’è tempo da perdere. Dammi qualcosa di forte

-Scusa?

-Ti ho detto di darmi qualcosa di forte. Non hai a casa dei liquori, una birra, qualcosa di più pesante?

Il viso della ragazza divenne una maschera di delusione e paura. Si fece coraggio ed affrontò l’uomo.

-Senti… tipo. Non so nemmeno come ti chiami ma so cos’è una crisi di astinenza e davanti a me ne vedo una. Pensi ti abbia portato qui, curato, passato del tempo a pulire il tuo cazzo di vomito dal pavimento per sentirmi dire “dammi qualcosa di forte”? Tu ora ti risiedi sul divano e vedi di dormire prima che io chiami qualche mio amico che non vede l’ora di sfogare un po’ di frustrazione su di te. Hai capito?

-Sei tu che non capisci. Devi muoverti, ti prego. Ho bisogno di alcol

Appena finita la frase piombò in cucina a rovistare tra i mobili e i cassetti.

-Ma dimmi un po’, pensi che perché io faccio la barista ho degli alcolici a casa? Adesso ti faccio vedere io, un po’ di spray al peperoncino sugli occhi e ti passerà la voglia di bere

La ragazza andò di corsa nella sua camera per prendere la borsetta all’interno della quale portava sempre con sé lo spray al peperoncino.

Intanto Marcello cercava con avidità in un cassetto quando tutto intorno si fece buio per una frazione di secondo.

Si bloccò sgranando gli occhi.

La luce andò via una volta ancora, poi un’altra. Respirava a fatica mentre si girava in ogni direzione. Solo lui sapeva cosa stava per accadere. Passarono pochi secondi che per lui durarono un’eternità. Stava per rimettere le mani nel cassetto quando sentì un rumore. Si girò di lato e vide una sedia al centro della stanza, prima ricordava di averla vista di fianco al tavolo. Alzò gli occhi al cielo, stava cominciando di nuovo.

-No, no, no, no. Vi prego…

Sentì subito qualcosa di freddo sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra. Il tocco di una mano ma fredda come il ghiaccio. Era terrorizzato, poi un’altra mano si posò sulla testa e la girò.

Finalmente li vide, erano solo in tre ma sapeva che sarebbero potuti aumentare in poco tempo. Erano persone o meglio un tempo lo erano state, ora erano solo anime in pena. Fantasmi, ma della peggior specie. Non li aveva mai visti prima d’ora ma sapeva bene chi fossero.

La prima volta gli era successo due anni prima in seguito a quel brutto incidente. Stava lavorando come muratore in un cantiere quando cadde da un’altezza considerevole e fu portato all’ospedale più vicino. Rimase in coma per quattro mesi poi con gran stupore dei medici si svegliò. Tutti urlavano al miracolo ma Marcello non sapeva ancora che quello stesso giorno sarebbe cominciato il suo incubo personale.

Durante la prima notte in ospedale da redivivo si svegliò e chiamò un’infermiera per essere assistito. La porta della stanza si aprì ma non era la persona che si aspettava che entrò nella camera. Era una bambina con un lungo vestito scuro. Capì subito che lui stava guardando nella sua direzione e gli si avvicinò.

-Tu mi vedi?

-Chi sei? Ti sei persa?

-Allora tu mi vedi? Che bello!

-Chi sei?

In quel momento sentì dei passi e vide l’infermiera entrare e chiedergli in cosa poteva essere utile. Domandò a lei se conoscesse quella bambina ma la sua risposta ebbe l’effetto di un cazzotto nello stomaco.

-Bambina? Mi scusi ma qui non c’è nessuna bambina, ci siamo solo io e lei. Vuole che chiami il medico per farle aumentare il dosaggio della flebo?

La bambina che lo guardava ai piedi del letto uscì dalla stanza. Marcello pensava fosse un’allucinazione isolata ma dovette ricredersi già dalla notte successiva. Ogni volta si presentavano da lui nuovi fantasmi, nuove anime alla ricerca disperata di un tramite con il mondo terreste. Avevano capito che lui possedeva un dono.

Tutti gli chiedevano qualcosa. C’era chi voleva far sapere ai parenti in vita che esiste qualcosa dopo la morte, chi chiedeva solo di sapere dove fossero i propri cari, e poi c’erano loro. La feccia, quelli che anche senza vita si nutrivano di odio e voglia di far del male. Qualcuno gli faceva visita per recapitare messaggi di morte ai conoscenti terreni ma la maggior parte usava Marcello come propria vittima sacrificale. Godevano nel fargli provare terrore, nel compiere su di lui le azioni più nefaste che gli erano negate dal momento della morte.

Sapevano che se lo percuotevano gli provocavano del male, se lo graffiavano lui sanguinava, che quando lui era presente potevano interagire con il mondo terreno, muovere degli oggetti. Era un vero e proprio incubo per Marcello e quei pochi con cui riuscì ad aprirsi stentavano a crederlo. Pensavano tutti che fossero le conseguenze al cervello dovute ai mesi in coma.

Era solo.

Con il tempo però capì che solo di notte gli spiriti venivano a fargli visita e che l’unico modo per evitare quel supplizio era dormire. Quando cadeva in un sonno profondo loro non si manifestavano. Era quella la sua unica occasione, rifugiarsi in un sogno per fuggire dall’incubo della realtà.

All’inizio si fece aiutare da tranquillanti e sonniferi ma con il tempo il suo corpo si abituò ai farmaci e riusciva a stare sveglio anche dopo interi flaconi. Fu in quel periodo che quasi per caso scoprì la sua salvezza. L’alcol. Quando era brillo non aveva problemi. Nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno bastava ubriacarsi, abbandonarsi alla sensazione di torpore degli alcolici per non attivare quella sua speciale vista.

Era destinato ad una vita di inferno, agli occhi degli altri era solo un ubriacone incallito mentre solo lui sapeva il fardello che portava.

-Eccoci, non ci saluti?

-Sei bello sveglio, ti vedo in forma

-Non ti siamo mancati?

Marcello sapeva di non avere chance con loro. La barista lo aveva reso sobrio quindi la sua personale arma era scarica. Si rese conti di essere impotente e si arrese alla volontà di quei demoni.

Fu quello che gli teneva ferma la testa a cominciare. Afferrò con forza i capelli li tirò con prepotenza. Il volto dell’uomo andò a sbattere contro lo spigolo del tavolo provocandogli un dolore lancinante al naso.

-Non tenertelo tutto per te, lasciamelo un po’.

Un secondo spirito corse verso la sua vittima che era riversa a terra e le diede un calcio nel costato. Marcello buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni mentre si rannicchiò in posizione fetale per attutire i colpi successivi. L’altro continuò a percuoterlo senza fermarsi, pervaso da un malsano sadismo.

Il terzo dei tre nel frattempo prese un coltello dal cassetto ancora aperto. Fu ammonito da un suo compagno.

-No! Non ancora, giochiamo un altro po’

Quest’ultimo afferrò nuovamente per i capelli Marcello e lo alzò in piedi. Avvicinò il volto orrendo al suo e gli parlò.

-Non mi dire che sei già stanco. Vediamo se sei così sveglio da saper contare

Fu in quel momento che arrivò in cucina la ragazza. Vide il suo ospite di spalle, in piedi in una strana posa con le braccia allargate. Pensò che si fosse bloccato in seguito alla crisi. Ne approfittò per fare qualche passo in avanti verso di lui. Voleva accecarlo con lo spray prima che fosse troppo tardi.

Poi si fermò e si rese conto che qualcosa di strano stava avvenendo sotto i suoi occhi.

-Uno!

Il fantasma urlò così forte che Marcello pensò che chiunque avesse sentito la sua voce. Purtroppo sapeva che non era possibile. Al suo comando un altro spirito prese il pollice della sua mano destra e lo portò all’indietro fino a fargli toccare il dorso. Il rumore della falange che si slega dalla sua posizione originale era disgustoso. Marcello emise un urlo disumano mentre dietro di lui la barista osservava la scena senza riuscire a dare una spiegazione.

-Due!

Anche l’indice seguì lo stesso destino dell’altro dito. Ancora un dolore fortissimo.

-Tre!

Era il turno del medio. Marcello resisteva al dolore sperando solo che qualcuno o qualcosa potesse salvarlo. Intanto la ragazza rimaneva impietrita vedendo quelle dita che si muovevano da sole in modo innaturale, come se una forza sconosciuta le stesse spezzando. Si portò le mani alla bocca per reprimere un urlo. ma quando vide che anche l’anulare e il mignolo si girarono non riuscì a trattenersi.

Fu un grido lungo, di paura, di terrore. Marcello riaprì gli occhi e provò a voltarsi verso di lei. La mano che gli teneva i capelli però lo bloccava e lui non aveva abbastanza forze.

-Cosa credi di fare? Lei non può aiutarti e noi siamo solo all’inizio

Gli prese un braccio e glielo girò all’altezza del gomito. Fece lo stesso anche con l’altro mentre le urla di terrore della ragazza continuavano senza sosta alternate da quelle di dolore dell’uomo.

Marcello tentò il tutto per tutto e cominciò a parlare ad alta voce.

-Ti prego uccidimi! Fallo, ti prego. Non posso spiegarti tutto ma per pietà, uccidimi!

-Pensi che quella ragazza spaventata possa darti una mano? La crocerossina che si è presa cura di te stasera? Smettila e fai l’uomo. Lei non ti aiuterà mai

Lo spirito aveva ragione. La barista era in preda ad una crisi di nervi. Urlava e si copriva le orecchie per non sentire le richieste della povera vittima. Era spacciato, e tutto a causa dell’opera da buon samaritano di quella ragazza ignara di tutto.

Fu allora che vide un’unica soluzione, però doveva agire in fretta. Disse qualcosa sottovoce, poche parole incomprensibili che attirarono l’attenzione del fantasma.

-Cosa hai detto? Non ho capito

Ripeté la frase senza aumentare il volume della voce. A quel punto l’aguzzino avvicinò l’orecchio alla bocca di Marcello per decifrare quella frase criptica. Era l’occasione che lui stava aspettando. Se loro potevano fargli del male di notte allora anche lui poteva fare lo stesso.

Aprì la mascella, allungò il collo in avanti quanto basta e serrò la mandibola di scatto. Il demone urlò di dolore mentre si portava entrambe le mani sull’orecchio. Marcello sputò il pezzo di lobo a terra, non c’era nessuna traccia di sangue. Quella intuizione gli aveva garantito una libertà temporanea, lo spirito si allontanò mentre saltava quasi danzando per il dolore. Ora però era solo a metà, mancava un’ultima azione per essere finalmente libero.

Gli altri due spiriti guardavano la scena sorpresi, probabilmente non avevano mai pensato che anche loro potessero farsi del male. Approfittò di quei brevi attimi per spingersi in avanti e caricare verso il terzo. Con la braccia spezzate penzolanti si gettò a grande velocità su di lui. Capì subito di aver finalmente vinto.

Il fantasma si rese conto di quello che era accaduto solo quando Marcello si allontanò da lui. La lama del coltello che aveva ancora in mano uscì dall’addome completamente rosso di Marcello. Si inginocchiò a terra mentre un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita e bagnava la camicia, i pantaloni, il pavimento. Un sorriso beffardo illuminò il suo viso, era finalmente libero anche se il prezzo che aveva pagato era più grande di quanto avesse pensato. Prima di abbandonarsi alla morte disse solo una frase, sottovoce, ma suonava come una sentenza inamovibile.

-Ora diventerò uno dei vostri. E sarò io a dare la caccia a voi…

Poi si accasciò a terra ed esalò l’ultimo respiro mentre intorno a lui le urla della ragazza continuavano senza sosta.